Classi multietniche a Sassari: «Questa guerra fa paura ma noi ci vogliamo bene»
Ecco come gli alunni vivono il conflitto in Ucraina
SASSARI. Nell’immaginario di un bambino di dieci anni i soldati russi dovrebbero assomigliare tutti a Popoff, il simpatico cosacco protagonista della celebre canzone dello Zecchino d’Oro, quello che affrontava un po’ goffamente la steppa sconfinata per raggiungere il fiume Don rotolando sulla neve. Ma ai piccoli studenti di questo 2022 i Signori della Guerra hanno consegnato ben altre visioni: da una ventina di giorni, non troppo lontano da qui, si sta consumando un conflitto con migliaia di morti, città rase al suolo, famiglie che si separano, profughi disperati. E loro, i bambini, lo sanno. Lo sanno benissimo. Perché guardano la tivù, passano ore sui social, ascoltano i discorsi degli adulti. E spesso, senza necessariamente esternarlo, hanno paura.
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Del resto per averne la prova basta farsi un giro nelle scuole cittadine, meglio se in quelle multietniche che appartengono all’Istituto comprensivo di San Donato, come le elementari intitolate a Fabrizio De André o le medie di via Satta. È proprio in quelle classi colorate composte da giovanissimi sassaresi arrivati da tutte le parti del mondo che si coglie con maggior stupore e tenerezza come l’invasione dell’Ucraina abbia colpito i piccoli nel profondo del cuore. Anche perché può capitare loro di avere per compagna di banco la dolcissima Yara, che frequenta la quarta, ed è proprio originaria di Ternopil, una delle città sotto assedio: era giovedì grasso lo scorso 24 febbraio, cioè il giorno in cui l’esercito russo ha varcato il confine del Paese dove ancora vivono molti suoi parenti, e lei ha chiesto il permesso alla mamma di truccarsi il viso con i colori della bandiera ucraina. «Una scena che ha commosso tutti – raccontano le maestre Tiziana Pippia e Immacolata Falloni –, tanto che i genitori dei nostri alunni hanno preso l’iniziativa di far scrivere ai figli alcuni messaggi di solidarietà dedicati a Yara e anche ad Artem, un altro bambino che viene da Uman, nell’Ucraina centrale».
Un gesto gentile che ha inevitabilmente portato la classe a discutere della questione guerra. Con commenti da parte dei bambini che lasciano stupefatti per la loro fanciullesca innocenza. «Io non credo che i soldati vadano volentieri a combattere – dice Francesca – secondo me gli fanno firmare qualcosa che loro non leggono bene e poi li costringono a imbracciare le armi». Le risponde Yara: «Sì, ma ci sono anche i soldati che, pur non volendo la guerra, la devono fare per difendere la propria terra».
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Tra le scene più terrificanti, quelle che vedono coinvolti i coetanei. Valentina (originaria dell’India) è rimasta colpita dai bambini malati trasportati nei bunker. Salion (Senegal) da un uomo estratto sanguinante da una casa distrutta dalle bombe. Mentre Emma si chiede «come certe persone possano essere così cattive da poter far tanto male ai loro simili», e Gabriele teme per le sorti del pianeta: «Stanno davvero esagerando».
Spostandosi nella scuola secondaria di primo grado i pensieri di quelli che sono ormai diventati dei ragazzini sono ovviamente più ragionati, ma in fondo la sostanza non cambia. Vittorio ha 12 anni, frequenta la seconda media nel centro storico ed è originario della Polonia. «Mia nonna – racconta lui stesso – vive in un paesino a cento chilometri dal confine con l’Ucraina, e lì si stanno tutti dando da fare per soccorrere i profughi. Per esempio, una scuola abbandonata è stata immediatamente ristrutturata e trasformata in un rifugio per le tante famiglie in fuga dalla guerra. Sono molto orgoglioso del fatto che i polacchi le vogliano aiutare: quelle persone non hanno fatto niente di male». Alina è anche lei dodicenne ed è arrivata a Sassari dalla Lituania. «La mamma parla molto della guerra, anche perché mia nonna è nata in Russia – spiega – ma a me la politica non piace, mi deprime, mi mette ansia. E poi sono convinta che la guerra, se proprio ci deve essere, la debbano fare i soldati, di sicuro non i civili».
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