Sassari, abusi sul figlio: va in carcere
La condanna a 8 anni per violenza sessuale è definitiva e un uomo finisce a Bancali. I fatti nel 2007, il bambino (oggi 21enne) ha confermato le accuse a distanza di 14 anni
Sassari A ottobre dell’anno scorso era entrato in aula, davanti ai giudici della corte d’appello di Sassari, e con lucida freddezza aveva confermato la terribile accusa nei confronti del padre: «Sì, quando avevo sette anni mi ha violentato». Testimonianza che al genitore imputato (un imprenditore di 44 anni) era costata una condanna a 8 anni di reclusione.
Ora sul caso si è pronunciata la corte di Cassazione che ha rigettato il ricorso presentato dai legali difensori Antonio Secci e Mario Spanu. La sentenza di condanna è quindi diventata definitiva e sabato i carabinieri si sono presentati a casa dell’uomo e lo hanno portato in carcere a Bancali.
Una storia drammatica quella che si sarebbe consumata nel 2007 in un paese del Sassarese con un padre che si è sempre dichiarato innocente e che ha attribuito alle tensioni maturate nell’ambito della separazione dalla moglie le accuse rivoltegli dal figlio.
Il ragazzo – oggi ventunenne – all’epoca dei fatti denunciati di anni ne aveva appena sette. Durante l’incidente probatorio (nel 2008), il bambino, che in un primo momento aveva accusato il padre di pedofilia, aveva cambiato versione: «Mi ha fatto male con un coltello mentre dormivo». Un racconto confuso nel quale il piccolo non aveva però mai detto di esser stato violentato dal padre. Il ragazzo e la mamma, parti civili con l’avvocato Gabriela Pinna Nossai, avevano raccontato un’altra storia. Il figlio dell’imputato aveva spiegato che la confusione che poteva aver contraddistinto il suo racconto quando era bambino, aveva col passare degli anni lasciato spazio alla consapevolezza. E per questo il legale, condividendo le conclusioni del pg Stefano Fiori e ricordando il grave disagio vissuto dal bambino che nel tempo avrebbe portato il peso dell’abuso subìto, aveva chiesto la condanna dell’imprenditore.
Per i difensori Secci e Spanu, invece, tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008, quando si sarebbe verificata la presunta violenza – ossia quando il figlio andava a trovare il padre – il bambino dormiva dalla nonna paterna. Circostanza confermata dall’anziana. Inoltre, una perizia eseguita dal medico sulle parti intime del piccolo che sarebbero state oggetto di violenza con un coltello non avrebbe sciolto i dubbi. Per i difensori esisterebbe una frattura logica tra quanto raccontato dal bambino nell’incidente probatorio – quindi nell’immediatezza dei fatti – e la “prova dichiarativa” resa a distanza di molto tempo. Nel primo caso, dopo un giudizio di validazione degli psichiatri, il bambino avrebbe detto di essersi trovato un taglietto e ne avrebbe dedotto che solo il padre poteva averglielo provocato. Diventato maggiorenne, avrebbe puntato il dito contro il genitore «senza però precisare nel dettaglio le dinamiche» aveva sostenuto la difesa ritenendo che il processo d’appello non avesse chiarito i dubbi già emersi in primo grado. La Cassazione, però, ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria.
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