Sassari, ha la stessa auto dell’incendiario, assolto dal giudice: non è una prova
Un 53enne era finito nei guai dopo l’attentato a un’azienda di raccolta dei rifiuti
Sassari Una macchina uguale alla sua, stesso modello e stesso colore, era stata immortalata – nel momento in cui avveniva l’attentato incendiario – dalle telecamere della videosorveglianza di un’azienda di Ozieri che gestiva la raccolta dei rifiuti per l’Unione dei comuni del Logudoro. Qualcuno aveva dato fuoco a un raggruppamento di cassonetti e altro materiale e si era poi allontanato a bordo della macchina.
I carabinieri, dopo l’attività di indagine, erano risaliti a una persona che abitava in una frazione vicina e che aveva un’automobile dello stesso tipo. Ritenendo che anche la corporatura del proprietario della vettura corrispondesse alla sagoma ripresa dalle telecamere, l’uomo era stato prima indagato e poi rinviato a giudizio con l’accusa di “danneggiamento seguito da incendio”. Il rogo aveva distrutto completamente i cassonetti dell’impresa.
Durante il processo l’imputato (un 53enne incensurato) ha dichiarato con forza la propria innocenza sostenendo che «la disgrazia» di avere un macchina uguale a quella dell’incendiario non potesse essere considerata una prova a suo carico. Il titolare dell’azienda, oltretutto, aveva detto di non conoscere quell’uomo e aveva presentato una denuncia contro ignoti.
L’avvocato difensore Antonio Secci, nell’arringa davanti al giudice Elena Barmina, ha richiamato l’articolo 192 del codice di procedura penale sulla “valutazione della prova”. «Attraverso scarni indizi non si qualifica una prova, a meno che questi non siano gravi, precisi e concordanti». E secondo il legale non era questo il caso, considerato che a carico del suo assistito ci sarebbe stata soltanto una circostanza sfavorevole: «Un’automobile uguale a quella che si intravede nelle registrazioni della telecamera».
I carabinieri, sentiti in aula durante il dibattimento, si erano detti certi della responsabilità dell’uomo che sarebbe stata supportata anche da una consulenza antropometrica. Al termine della discussione il pubblico ministero Paola Manunza aveva chiesto la condanna a nove mesi di reclusione. L’avvocato Secci, invece, sollecitava l’assoluzione con formula ampia. Dopo una breve camera di consiglio il giudice, accogliendo la tesi difensiva, ha assolto l’imputato “perché il fatto non sussiste”.
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