La Nuova Sardegna

Sassari

Il dramma familiare

Sassari, infiocinò i genitori nel sonno: rischia un nuovo processo per omicidio

di Luca Fiori
Sassari, infiocinò i genitori nel sonno: rischia un nuovo processo per omicidio

Alberto Picci è già stato condannato a dodici anni per tentato omicidio. Ora la Procura chiede il rinvio a giudizio per la morte del padre avvenuta dopo otto mesi di agonia

17 gennaio 2024
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Sassari Ad aprile dello scorso anno era stato condannato a dodici anni per il duplice tentato omicidio dei genitori, ora per Alberto Picci, 49 anni cagliaritano, si profila un nuovo processo, questa volta per l’omicidio volontario del padre, deceduto otto mesi dopo la brutale aggressione notturna nella villetta di Santa Maria Coghinas ad aprile del 2022.

La Procura della Repubblica di Sassari aveva proceduto nei confronti dell’uomo inizialmente per il duplice tentato omicidio di Giuseppe Picci, 68 anni, e sua moglie Maria Giovanna Drago di 67. Si era arrivati al processo con quella imputazione e si era andati avanti nonostante nel frattempo, dopo otto mesi di agonia nel reparto di Rianimazione dell’ospedale civile di Sassari e poi nel centro di riabilitazione “Santa Maria Bambina” di Oristano, Giuseppe Picci avesse cessato di vivere.

Ora il pubblico ministero Angelo Beccu, titolare dell’inchiesta, ha chiesto il rinvio a giudizio per Alberto Picci con l’accusa di omicidio volontario. Giuseppe Picci, era stato aggredito insieme a sua moglie Maria Giovanna Drago, durante il sonno in una villetta di un residence di Santa Maria Coghinas.

La Procura aveva affidato al medico legale Francesco Serra l’incarico di eseguire l’esame autoptico e accertare eventuali correlazioni tra il decesso e la brutale aggressione. La Procura della Repubblica di Sassari aveva anche acquisito l’audio della lunghissima e drammatica telefonata fatta da Maria Giovanna Drago, la madre di Alberto Picci, alla centrale operativa del 112 di Sassari poco dopo l’aggressione. Una disperata richiesta d’aiuto che costituirà una fonte di prova nel processo.

Il pm Beccu, prima del decesso del 68enne, contestava al tecnico ed esperto di montaggio l’accusa di duplice tentato omicidio. Reato pluriaggravato dalla minorata difesa, la relazione di convivenza e il rapporto familiare. Secondo la ricostruzione degli investigatori dell’Arma, supportata dai rilievi effettuati dalla sezione scientifica dei carabinieri, l’aggressione sarebbe avvenuta in camera da letto mentre Giuseppe Picci e sua moglie dormivano. Il 47enne aveva sparato con un fucile da pesca contro il padre e poi lo aveva anche accoltellato al volto, prima di colpire la madre alla testa con delle forbici da pesca.

Dopo alcuni giorni in coma farmacologico la donna aveva iniziato a riprendersi e a respirare autonomamente, successivamente anche il marito si era risvegliato e aveva iniziato a rispondere alle cure dei medici. Purtroppo dopo otto mesi di agonia si era arreso. A metà aprile dello scorso anno per Picci, difeso dall’avvocato Tania Decortes, era arrivata la condanna.

«Non volevo fare del male ai miei genitori, non so perché l’ho fatto, non è dipeso da me. Ho sentito un’iniezione - aveva detto in aula - un impulso che mi ha portato a farlo. Non me lo spiego nemmeno io». Poche e ripetitive dichiarazioni che non erano servite ad alleggerire la sua posizione davanti gup Gian Paolo Piana che aveva accolto in toto la richiesta del pm Beccu. Una volta espiata l’uomo la pena dovrà anche trascorrere tre anni in una Rems, struttura sanitaria di accoglienza per gli autori di reato affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi. Ma prima ancora potrebbe attenderlo un processo per omicidio.

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