La Nuova Sardegna

Sassari

La testimonianza

Stefano Konjedic, primo soccorritore di Daniele Giglio: «Era a 26 metri di profondità, c’erano forti correnti»

di Davide Pinna

	A sinistra Stefano Konjedic, a destra Daniele Giglio dopo un battuta di pesca
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A sinistra Stefano Konjedic, a destra Daniele Giglio dopo un battuta di pesca

Il racconto del vigile del fuoco che ha trovato il 27enne annegato durante una battuta di pesca in solitaria a Porto Palmas

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Sassari Si chiama Stefano Konjedic, fa il vigile del fuoco ed è un giovane, ma esperto, pescatore subacqueo e apneista. Lunedì mattina, 23 settembre,  è stato il primo ad accorgersi che nelle acque fra Porto Palmas e l’Argentiera c’era un sub in difficoltà. Si trattava del 27enne Daniele Giglio, annegato durante una battuta di pesca in solitaria.

Vuole raccontarci quel lunedì mattina?

«Ho finito il turno alle 8 del mattino e sono andato direttamente a Porto Palmas, per uscire con il mio compagno di pesca Giovanni. Verso le 9.10 abbiamo lasciato la baia a bordo del nostro gommone, il tempo di indossare le mute e ci siamo diretti verso Sud».

Come erano le condizioni meteo?

«C’era un po’ di vento, ma il mare non era agitato. Tuttavia abbiamo aspettato un po’ prima di metterci in acqua, stavamo decidendo se andare o no, visto che aveva appena finito di piovere e c’erano parecchi temporali nella zona. Alla fine, dato che stava rasserenando, siamo partiti».

Cosa è successo dopo?

«Dopo pochi minuti di navigazione, abbiamo visto una boa segna-sub. A quel punto ci siamo tenuti a una distanza superiore ai 100 metri, come prescrive la legge. Però comunque ci guardavamo intorno, è normale quando passiamo vicino a un altro pescatore subacqueo, e non vedevamo nessuno. Ad un tratto ho notato qualcosa di arancione sulla mia destra, poco distante. Ci siamo avvicinati: era un fucile subacqueo che galleggiava. Abbiamo subito capito che qualcosa non andava. Ho indossato velocemente la maschera e le pinne, ho chiesto a Giovanni di aspettarmi sulla verticale del fucile e mi sono tuffato alla ricerca del sub».

Quali erano le condizioni del mare?

«Da fuori non era facile accorgersene, ma appena sono entrato in acqua mi sono reso conto che erano molto severe, c’erano fortissime correnti. Sono sceso e ho seguito il filo del fucile, arrivando fino a 26 metri di profondità. Qui ho visto una cernia bruna, arpionata dal fucile di Daniele e rintanatasi sotto una roccia. A quel punto, anche considerando la corrente, ho subito capito che c’era stato un incidente. Mentre risalivo, mi guardavo intorno per cercare il sub, ma non si vedeva niente».

Poi cosa è successo?

«Abbiamo subito allertato gli organi di competenza, la capitaneria di porto e i vigili del fuoco. E poi con il gommone siamo tornati per vedere se magari il subacqueo non fosse riuscito a tornare a riva o non fosse andato alla macchina per cercare un attrezzo che lo aiutasse a recuperare la cernia».

Dove eravate?

«A due o trecento metri dalla riva, un po’ di più dalla macchina del subacqueo che avevamo visto parcheggiata vicino alla spiaggia, cinque o seicento metri. Il fucile si trovava più o meno fra la spiaggia dell’Argentiera e Capo Argentiera. Quando siamo tornati a riva non abbiamo trovato nessuno, la macchina era chiusa e del subacqueo non c’era traccia. Allora siamo subito tornati indietro, mi sono buttato in acqua e mi sono messo a cercarlo».

Quando l’ha trovato?

«Non è stato per niente facile, anche a causa della corrente. Il fondale era 26 metri, quindi dovevo fare delle apnee, arrivare fino a 10 o 15 metri e guardarmi intorno. Sono andato avanti così per 40 o 50 minuti. Poi ho visto il corpo. Ho detto a Giovanni di avvicinarsi con il gommone e di stare pronto. Io mi sono preparato per il tuffo, ho respirato e sono sceso. L’ho raggiunto, ho slacciato la cintura dei piombi e l’ho portato in superficie. L’abbiamo issato sulla prua del gommone, ho dato uno sguardo al suo orologio e profondimetro: era rimasto sott’acqua per un’ora, 39 minuti e 12 secondi. Ho comunque tagliato la muta con il mio coltello, per scoprirgli il torace e il collo e vedere se, per caso, ci fossero battito e respiro. Purtroppo no. Ho avvisato la capitaneria e i vigili del fuoco, poco dopo sono arrivati anche i sanitari».

Lei è un esperto subacqueo e apneista. Cosa ha provato in quei momenti?

«Con il mio lavoro, mi capita di vedere situazioni di questo tipo. Ma per chi fa questo sport non è mai facile vedere uno di noi, in questo caso anche un mio coetaneo, e vedere quello che può accadere a chi pratica questo bellissimo sport. In passato ho perso altri amici così, e quando ti trovi davanti a queste tragedie, rivedi tutti i loro volti».

Cosa vi spinge a farlo, nonostante i pericoli?

«Io sono di Torino, ma mi sono trasferito in Sardegna solo per la passione per il mare. Prima, lavoravo come palombaro della marina militare. Il mare, per chi pratica questa disciplina, è tutto, è l’unico posto in cui riusciamo a non pensare al gran chiasso che c’è fuori dall’acqua, ci fa vivere ore e giornate in mezzo alla natura, vedere tramonti, temporali, sole, faune e flora spettacolari, spettacoli che non sai come descrivere. E questo ci fa totalmente innamorare e non riusciamo a dire no, quando sentiamo il richiamo del mare, anche se i rischi li conosciamo bene, li accettiamo».

Nel Sassarese ci sono stati due episodi molto simili, nel giro di poche ore. Quello di Daniele Giglio e quello di Gesumino Olivieri, a Marritza. Che consigli può dare, per aumentare la sicurezza di chi pratica questa attività?

«La prima cosa che mi sento di consigliare a tutti i ragazzi che si avvicinano alla pesca subacquea in apnea è di frequentare i corsi, ti insegnano quali sono i rischi e come evitarli. Poi, per ridurre il rischio è fondamentale avere un compagno che sta sulla tua verticale: questo è l’unico modo per far sì che, se si perdono i sensi o ci si impiglia, l’altro subacqueo che sta in superficie possa intervenire. Questa è la regola, poi purtroppo non sempre si riesce a rispettarla. Allora forse bisognerebbe anche cercare di impostare la battuta diminuendo un po’ la profondità, tenendo un buon margine di sicurezza per ogni tuffo. Tutti noi pesca-sub, ogni volta che usciamo in mare, ci esponiamo dei rischi. Dobbiamo però cercare di abbassarli il più possibile, questa è la sola cosa che si può fare. Ed è la più importante».

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