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Sassari

Il caso

Palazzina esplosa in via don Minzoni, dopo tre mesi le macerie e le auto schiacciate restano lì

di Luca Fiori
Palazzina esplosa in via don Minzoni, dopo tre mesi le macerie e le auto schiacciate restano lì

Sassari, il quartiere prova a ripartire ma da quel 30 giugno l’area non è stata bonificata

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Sassari Le transenne proteggono ancora cumuli di cemento, travi contorte e mattoni in calcestruzzo sparsi sul marciapiede, mentre due automobili rimangono lì, schiacciate sotto le macerie, immobili e silenziose, testimoni di un disastro che ha cambiato per sempre la vita di chi abitava nei piani superiori. Tre mesi dopo l’esplosione che ha devastato una palazzina tra via Principessa Maria e via Don Minzoni, il paesaggio resta fermo, come se il tempo si fosse fermato a mezzogiorno del 30 giugno, quando il botto ha terrorizzato un intero quartiere. Il cartello della Questura, scolorito dal sole, recita ancora “Immobile sotto sequestro giudiziario”, ma qui nessuno è mai venuto a portare via almeno i detriti. Eppure, intorno, la città prova a ripartire.

A pochi isolati le scuole hanno riaperto i cancelli e ogni mattina centinaia di studenti - sassaresi e pendolari - percorrono quella strada, costretti a camminare accanto alle macerie, osservando con curiosità e timore quello che resta del crollo. I passi dei ragazzi echeggiano sull’asfalto, sovrapponendosi al silenzio dei mattoni spezzati. A pochi passi, un locale da ballo per studenti universitari si prepara a riaccendere la musica e le luci sulla pista. «Non si capisce cosa stiano aspettando a bonificare la strada – commenta Pierpaolo Brundu, residente del quartiere – e a mettere in sicurezza quel che resta della palazzina. Le cause dell’esplosione erano chiarissime fin dal primo giorno. Gli accertamenti avevano confermato le prime ipotesi – aggiunge il cittadino – ora il buon senso vorrebbe che questo pezzo di città riprendesse un aspetto normale».

Il contrasto drammatico tra la vita che riparte e la distruzione che rimane, colpisce chi passa di qui e si ferma a guardare. Qualcuno il primo mese veniva addirittura a farsi i selfie e sono ancora in tanti quelli che si fermano e scattano una foto. La rimozione dei detriti e delle auto schiacciate non è ancora stata autorizzata dalla Procura, e così l’area resta sotto sequestro, nessuno può avvicinarsi. «Devo ammettere che se alzo la testa e guardo quelle mura pericolanti – ho paura dice Assunta Pinna pensionata che vive a pochi passi da qui – ho sempre il terrore che vengano giù un altro po’ di mattoni». Due mesi fa chi abitava nell’appartamento accanto a quello in cui si era verificata l’esplosione aveva lanciato un appello per riavere la sua casa. Nessuno si è fatto sentire e ora lui stesso preferisce il silenzio. Lo stesso che è calato tra le macerie. Le auto che percorrono la strada devono fare attenzione a non urtare le transenne che ogni tanto il vento - quando soffia forte - rovescia tra l’asfalto e il marciapiede. Era da poco passato mezzogiorno la mattina di tre mesi fa, quando due esplosioni ravvicinate avevano fatto accorrere in strada centinaia di persone. Nella mansarda, al secondo piano della palazzina, c’era Antonello Lambroni, geometra di 63 anni. Lo avevano estratto vivo, ma devastato dalle ustioni. Aveva lottato nove giorni, per poi arrendersi nella notte del 9 luglio. Tre mesi dopo - insieme al dolore per quella tragedia - rimangono le macerie in mezzo alla strada, come una ferita che ancora non si rimargina.

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