La storia di Mascì, il gatto salvato sulla 131 dopo gli spari: la nuova vita e il nome in onore del sindaco
Sassari, all’inizio di agosto era stato raccolto in fin di vita da una donna a Li Punti, il primo cittadino l’ha affidato alle cure di una volontaria
Sassari Si chiama Mascì e qualche giorno prima della Discesa dei Candelieri ha rischiato di morire da solo in mezzo alla strada. Dietro quel nomignolo affettuoso si nasconde infatti una storia drammatica, quella di un gatto trovato agonizzante lungo la 131, all’altezza di Li Punti, con il corpo martoriato e i segni inequivocabili di colpi d’arma da sparo, forse di una carabina. «Era lì da almeno due giorni, sotto il sole cocente di fine luglio – racconta una volontaria che da due mesi si sta occupando di lui– disidratato, con la pancia piena di escoriazioni, i testicoli bruciati dal contatto con l’asfalto bollente e invaso dai bigattini. Sembrava condannato a una fine lenta e crudele. Una cittadina, però – aggiunge la volontaria – ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Lo ha raccolto, lo ha portato in una clinica veterinaria e ha chiesto aiuto». Le prime risposte erano state sconfortanti. «Lo lasci dov’è», le aveva detto qualcuno. Ma la donna non ha seguito quel consiglio e quello stesso giorno l’incontro casuale con il sindaco Giuseppe Mascia - proprio nei giorni di festa per i Gremi - ha cambiato tutto.
Il primo cittadino ha preso a cuore la vicenda, affidandosi all’esperienza di una volontaria sassarese, che da anni si batte in città per salvare animali abbandonati e maltrattati. Per ringraziarlo e sdrammatizzare una ferita che resta aperta, il piccolo è stato ribattezzato Mascì, il vezzeggiativo familiare in sassarese, che ricorda anche il cognome del primo cittadino. Durante al prima drammatica fase dei soccorsi, dalle radiografie era arrivata la conferma della verità più amara: Mascì non era stato investito come era stato ipotizzato in un primo momento, ma gli avevano sparato, forse con una carabina ad aria compressa. Le zampe posteriori paralizzate, il corpo stremato. Eppure, anche sul tavolo della clinica veterinaria, il gatto faceva le fusa e “impastava” con le zampette davanti, un gesto che solitamente è legato allo stato di benessere del gatto, che quando “impasta” produce endorfine che facilitano il rilassamento.
«La dimostrazione di una volontà di vivere – aggiunge la volontaria – che nessuna crudeltà gratuita e neanche l’agonia sull’asfalto e sotto il sole era riuscita a spegnere».
Eppure inizialmente qualcuno aveva suggerito di sopprimerlo, per risparmiargli sofferenze e costi. Ma la donna che lo aveva raccolto e la volontaria si erano opposte. «Questo gatto non voleva morire – racconta la donna – ed è stato fatto il possibile per aiutarlo a vivere».
Da allora la donna lo segue ogni giorno, tra cure difficili, terapie neurologiche e medicazioni. Mascì oggi trascina ancora le zampe posteriori, ha bisogno di attenzioni costanti, ma cammina, gioca, cerca coccole. E soprattutto vive. «Il suo percorso di rinascita – spiega la volontaria – è stato possibile grazie alla neurologa Antonella Gallucci che si è messa a disposizione gratuitamente, e ai veterinari Augusta Tedde e Yoris Anfossi». La prossima settimana il gatto inizierà la fisioterapia e si spera che piano piano possa riprendere ad avere una vita quasi normale. «La sua storia è una ferita aperta, perché se qualcuno ha avuto il coraggio di sparare a un gatto – conclude amaramente la volontaria – cosa impedisce che domani non possa compiere lo stesso gesto contro un essere umano? Ma è anche una storia di speranza, perché a volte basta un gesto, un cuore che non si arrende – aggiunge – una cittadina che non si volta dall’altra parte e un sindaco che sa a chi rivolgersi, per trasformare la crudeltà in rinascita. Oggi Mascì – conclude la volontaria – è il simbolo di una comunità che non ha lasciato vincere l’indifferenza».
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