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Il fatto

Muore per arresto cardiaco, a giudizio il medico di famiglia: la vittima operata al cuore due mesi prima

di Nadia Cossu
Muore per arresto cardiaco, a giudizio il medico di famiglia: la vittima operata al cuore due mesi prima

Secondo la Procura non sarebbero state rispettate le linee guida dell’European society of Cardiology per diagnosi e trattamento

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Sassari Per diversi giorni si era presentato insieme alla madre nell’ambulatorio del suo medico di famiglia. Lamentava un malessere generale, dispnea e insufficienza respiratoria. Un mese prima (il 15 settembre 2021) quel paziente, un 47enne di Alghero, aveva subito un intervento chirurgico all’ospedale Civile di Sassari per la sostituzione dell’arco aortico. Era stato dimesso dopo 14 giorni e aveva osservato scrupolosamente le indicazioni del reparto, ossia restare a riposo. A un certo punto, però, aveva iniziato a sentire che qualcosa non andava, aveva difficoltà a respirare e così era andato dal medico di base. Una prima volta e poi ancora nei giorni successivi. Ma la situazione è precipitata e il 15 novembre l’uomo è morto.

Il suo medico, Giovanni Antonio Carmelo Pala – che per la Procura non avrebbe disposto una serie di accertamenti specifici davanti a quel quadro clinico – è stato rinviato a giudizio per omicidio colposo. Difeso dagli avvocati Luigi Carta e Giampaolo Murrighile ha scelto di affrontare il processo con il rito ordinario, sicuro di potersi difendere a dibattimento. Nella prima udienza, che si è già celebrata, sono state sentite la mamma della vittima e la ex moglie, parti civili con l’avvocato Francesco Era.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Paolo Piras, le uniche cure prescritte dal medico al paziente – come è poi risultato dalla cartella ambulatoriale prodotta dai periti del gip – sarebbero state l’ossigeno e ansiolitici per l’insonnia. Non sufficienti, a detta della Procura. Il medico, infatti, avrebbe dovuto attenersi alle linee guida dell’European society of Cardiology per la diagnosi e il trattamento dello scompenso cardiaco oltre che «a evidenti buone pratiche clinico assistenziali». L’imputato non avrebbe, in sintesi, «approfondito il quadro di insufficienza respiratoria presentato dal paziente per quattro giorni» e non lo avrebbe mandato in ospedale «come da evidenti buone pratiche». Con questa condotta il medico di base avrebbe, per il pm Piras, «causato la morte del 47enne quale evoluzione di un grave danno cerebrale secondario all’insufficienza respiratoria». Col passare delle ore, in quei giorni, il quadro clinico del 47enne anziché migliorare era peggiorato. Per questo la madre, la notte tra il 29 e il 30 ottobre del 2021, lo aveva accompagnato al pronto soccorso di Alghero. E qui aveva avuto un arresto cardiocircolatorio.

Era stato ricoverato d’urgenza al Santissima Annunziata di Sassari dove era deceduto il 15 novembre. I periti Salvatore Lorenzoni e Maria Letizia Lomuzio nominati dal pm Piras – che aveva chiesto e ottenuto che si procedesse con un incidente probatorio – avevano stabilito che la causa della morte era da ricondursi “al grave danno anoressico cerebrale” sopraggiunto il 30 ottobre al pronto soccorso di Alghero. Per la Procura l’imputato avrebbe dovuto indicare al paziente una serie di indagini da eseguire, tra queste elettrocardiogramma, ecocardiografia, ultrasonografia polmonare, risonanza magnetica cardiaca. O quanto meno – vista la persistenza dei sintomi – indirizzarlo al reparto nel quale era stato operato un mese prima. Sarà il processo a stabilire se il medico abbia avuto o meno responsabilità nel decesso del 47enne, figlio unico e padre di una bambina. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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