Sassari-Senegal, missione compiuta: «Le carrozzine? Sono solo l’inizio» – il VIDEO RACCONTO
Manolo Cattari: «Ora creeremo un hub a Sennori per raccogliere materiale per l’Africa»
Sassari Cinquemila chilometri dalla Sardegna al Senegal, attraversando Spagna, Marocco, Sahara Occidentale e Mauritania, per consegnare 24 carrozzine e un job, la speciale sedia utilizzata per permettere alle persone con disabilità di entrare in acqua. È il cuore del viaggio compiuto dall’associazione Albatross con il progetto “Corridoi Paralimpici”, che La Nuova Sardegna ha raccontato tappa dopo tappa nel sito e nelle pagine social del giornale. Ora è già tempo di bilanci.
Il presidente dell’associazione Manolo Cattari, Danilo Russu cofondatore del progetto Albatross, e il mediatore culturale senegalese Abdel Kader Baro sono partiti il 20 novembre e ritornati dopo due settimane. Il viaggio di andata, nave fino a Barcellona e quindi via terra verso l’Africa occidentale, è durato una settimana intera, attraversando diversi Paesi e affrontando anche imprevisti non semplici».
Il problema più serio si è verificato in Marocco. «Ci hanno venduto gasolio sporco – racconta Manolo Cattari – e abbiamo dovuto fermarci, cercare meccanici nel deserto e smontare parte del pulmino». Un guasto che ha rallentato la marcia per giorni. «Il mezzo ha proseguito in protezione e non poteva superare gli 80 chilometri orari, questo unito al pesante carico ha rallentato non poco la marcia verso il Senegal». A bordo c’erano carrozzine di vario tipo: sportive, da passeggio, per adulti e per bambini. «Alcune paralimpiche erano praticamente nuove», ricorda Danilo Russu, «perché gli atleti le cambiano come si cambia l’attrezzatura sportiva e dunque quelle che ci hanno messo a disposizione erano in ottimo stato». Altre provenivano da donazioni private o dal naturale ricambio legato alla crescita dei più piccoli. Tutto materiale funzionante e immediatamente utilizzabile. Il pulmino, rimesso in sesto prima della partenza, è stato lasciato in Senegal nel villaggio rurale di Wayabam.
«Di fatto quello che si ritrovano è un’ambulanza perfettamente funzionante – precisa Cattari – abbiamo infatti risolto anche il problema software che ne riduceva la velocità e completato tutte le lunghe pratiche amministrative necessarie per lasciare il mezzo in Senegal». Una volta arrivati a destinazione, il gruppo è rimasto sul posto per una settimana. «È la terza volta che andiamo in Senegal dove ormai abbiamo instaurato uno stretto rapporto di collaborazione», racconta Abdel Kader Baro. Le carrozzine sono state consegnate al Comitato Paralimpico senegalese e ad associazioni legate al mondo della disabilità. «La consegna ufficiale è avvenuta direttamente al presidente del comitato».
Durante il viaggio è emersa anche una storia nella storia. «Mentre eravamo in movimento abbiamo letto proprio su La Nuova Sardegna un appello partito dalla comunità senegalese a Sassari che chiedeva di poter avere a disposizione una carrozzina destinata a una persona in Senegal», aggiunge Manolo Cattari. La risposta è stata immediata: una deviazione e la consegna diretta. «Era un ragazzo di un villaggio rurale, viveva con delle stampelle ed è rimasto chiaramente molto contento del dono che siamo riusciti a fare grazie a questo scambio di informazioni avvenuto in tempo reale sfruttano la coincidenza della nostra presenza in Senegal».
Il viaggio ha toccato sia le zone rurali sia Dakar, dove si è svolta anche una parte istituzionale. «Questa volta ci siamo mossi in modo più politico». Il supporto del Ministero degli Esteri ha permesso di affrontare in sicurezza i tratti più delicati e di essere ricevuti in diverse ambasciate. «Ogni incontro diventava un’occasione per raccontare il progetto e confrontarci sulla condizione delle persone con disabilità nei vari Paesi». Lo sguardo ora è rivolto al futuro. «L’obiettivo è creare un hub nel territorio di Sassari, in particolare a Sennori, per raccogliere materiale paralimpico e non solo. A questo proposito vorremmo fare un appello a tutte le persone che detengono strumenti e materiali utili e in buone condizioni che potrebbero poi essere trasportate in futuri viaggi in Senegal. L’idea – aggiungono i tre rappresentanti dell’associazione Albatross - è anche quella di far vivere questa esperienza ad altre persone, soprattutto giovani che vogliono impegnarsi nel volontariato».
E il ritorno non è stato a mani vuote. «Siamo rientrati carichi di valigie e oggetti da riportare in Italia e così il nostro viaggio è stato utile anche nel viaggio di ritorno», racconta infine Cattari. Proprio per questo motivo questa esperienza ha lasciato anche una consapevolezza: «È uno scambio. Noi portiamo strumenti utili per la vita di tutti i giorni e per la pratica sportiva, ma torniamo a casa anche un bagaglio di emozioni e con un esempio tangibile di senso di comunità che forse in Italia abbiamo un po’ perso».
