Minacciò e diffamò sui social Zoffili, condannato un 32enne di Porto Torres
Sotto accusa un post su Facebook contro l’ex coordinatore della Lega Sardegna: «Spero un giorno di potervi riempire di piombo»
Sassari Era finito a processo per aver minacciato e diffamato sui social l’ex coordinatore della Lega Sardegna, Eugenio Zoffili. E nella mattinata di oggi venerdì 10 aprile l’imputato, un 32enne di Porto Torres, è stato condannato a duemila euro di multa. Dovrà anche risarcire civilmente Zoffili (che si era costituito parte civile con gli avvocati Francesco Porcu e Matteo Celva) in un separato giudizio. Il giudice Elena Barmina ha anche disposto il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 7.500 euro.
L’imputato era accusato di aver insultato Zoffili su Facebook con frasi di questo tenore: «Sacco di mer.., lontano devi stare (...) La memoria l’abbiamo lunga e spero un giorno di potervi riempire di piombo dal primo all’ultimo».
Così il giovane si era espresso a maggio del 2020 in un post pubblicato sulla bacheca facebook del politico, all’epoca coordinatore regionale della Lega Sardegna. L’imputato, difeso dall’avvocato Patrizia Foddai, aveva scritto il commento come risposta all’inserimento (da parte di Zoffili) della comunicazione relativa a una manifestazione organizzata dalla Lega a Cagliari e che si sarebbe tenuta il mese successivo.
Zoffili, in quell’occasione, sentendosi insultato e offeso, aveva presentato una denuncia per diffamazione. «Ero molto preoccupato, anche dal punto di vista familiare – aveva spiegato in udienza – Per questo ho presentato una querela e mi sono rivolto alle forze dell’ordine».
Secondo l’ex coordinatore della Lega Sardegna – che si era opposto alla richiesta di archiviazione del pm – le espressioni utilizzate dal 32enne non avrebbero rispettato il limite della continenza espressiva e della correttezza del linguaggio. «Oltretutto –aveva aggiunto attraverso i suoi legali – il contenuto minatorio del post, che evocava il ricorso alla lotta armata per eliminare l’avversario politico, non poteva essere ricondotto a un fenomeno “da tastiera”».
Il giudice gli aveva dato ragione e aveva ordinato l’imputazione coatta. Oggi è arrivata la sentenza di condanna.
