Sassari, l’accusa verso un ex allevatore: «È un falso cieco, in casa ha film porno». Ma il giudice lo assolve: non è detto che li guardi
Si chiude con una sentenza favorevole il processo nei confronti di un ex allevatore 68enne
Sassari Assolto perché “il fatto non sussiste”. Si chiude con una sentenza favorevole all’imputato il processo nei confronti di un ex allevatore 68enne del Sassarese accusato di truffa aggravata ai danni dell’Inps. Il giudice Stefania Mosca Angelucci ha accolto integralmente la tesi difensiva, smontando l’impianto accusatorio che per anni aveva sostenuto l’ipotesi di una falsa cecità finalizzata a percepire indebitamente la pensione di invalidità.
Una decisione che arriva al termine di un procedimento in cui la Procura aveva chiesto la condanna dell’uomo a un anno e quattro mesi di reclusione, ritenendo provata una truffa protratta dal 2007 al 2020 per un importo complessivo di oltre 189mila euro.
Secondo l’accusa, il 68enne avrebbe simulato una condizione di cecità totale per oltre tredici anni, continuando nel frattempo a condurre una vita autonoma e incompatibile con lo stato dichiarato. Determinanti, per la Procura, erano stati i pedinamenti della guardia di finanza e le testimonianze raccolte in aula: l’uomo sarebbe stato visto muoversi da solo per le vie del paese, recarsi all’ufficio postale per incassare personalmente l’assegno mensile di circa 1300 euro, svolgere commissioni quotidiane e rientrare a casa senza difficoltà, utilizzando le chiavi con disinvoltura.
A rafforzare il quadro accusatorio, anche un dettaglio che aveva suscitato particolare clamore: durante una perquisizione domiciliare, gli investigatori avevano rinvenuto diversi dvd di film erotici e pornografici. Un elemento che, nella prospettiva dell’accusa, appariva incompatibile con una condizione di cecità totale. Ma proprio su questi aspetti si è concentrata l’arringa dell’avvocato difensore Dario Masala, che ha ribaltato la lettura degli elementi raccolti dagli inquirenti. Il legale ha parlato apertamente di “suggestioni comportamentali”, sostenendo che le osservazioni degli investigatori rappresentassero una interpretazione “profana” della condizione di cecità, basata su stereotipi e preconcetti.
«Chi dice che quei dvd venissero realmente guardati?», ha incalzato il difensore in aula, ridimensionando uno degli elementi ritenuti più significativi dall’accusa. Allo stesso modo, Masala ha contestato tutte le altre circostanze evidenziate: il fatto che l’uomo si fermasse davanti ai cartelli non dimostrerebbe che li stesse leggendo; salutare qualcuno per strada, accendersi una sigaretta o infilare una chiave nella serratura sarebbero «comportamenti compatibili con lo sviluppo di sensi vicarianti, come tatto e orientamento, e con una memoria motoria consolidata in ambienti familiari».
Secondo la difesa, dunque, l’intero impianto accusatorio si fondava su un equivoco di fondo: «Scambiare le capacità di adattamento di un non vedente per la prova di una simulazione». Una linea che ha trovato ulteriore sostegno nel fatto che lo stesso Inps, al termine di verifiche amministrative, aveva confermato la sussistenza dei requisiti sanitari, continuando a riconoscere all’uomo il diritto alla pensione di invalidità.
L’avvocato Masala ha quindi sollecitato l’assoluzione con formula piena, “perché il fatto non sussiste”, richiesta accolta dal giudice Mosca Angelucci nella sentenza.
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