Giancarlo Dettori, una vita scandita dal ritmo del tamburo: «La Faradda mi ricorda mio padre»
Il tamburino racconta le emozioni in vista della sua 45esima discesa
Sassari Ci prova. Abbassa lo sguardo, inspira profondamente, cerca le parole. Ma non ci riesce. Gli occhi si inumidiscono, la voce si spezza, il silenzio prende il posto dei racconti del passato. È in quell’istante che si capisce davvero cosa siano i Candelieri per un sassarese. Non una festa, non una tradizione, non soltanto il voto che la città rinnova ogni 14 agosto alla Madonna dell’Assunta. Per Giancarlo Dettori sono il volto di suo padre Francesco, storico gremiante degli Ortolani, scomparso nel 2018. Sono il rumore dei suoi passi dietro il Candeliere, il suono del tamburo che da bambino sentiva risuonare per le strade del Corso, gli abbracci, gli insegnamenti, una vita condivisa.
«Quando mi chiedono cosa rappresentino per me i Candelieri, penso a lui. E non riesco più a parlare». Le lacrime arrivano prima delle parole. E raccontano più di qualsiasi risposta.
Il battito della Faradda. La storia di Giancarlo Dettori è la storia di un uomo che ha trascorso tutta la vita seguendo il battito della Faradda. Nato a Sassari il 21 gennaio 1965, cresciuto al Corso, dice di essere «nato in casa e cresciuto con il suono del tamburo». Quel ritmo gli è entrato dentro prima ancora che imparasse a camminare. La sua famiglia apparteneva al Gremio degli Ortolani e i Candelieri, in casa Dettori, non erano un appuntamento del calendario, erano il modo di vivere il tempo.
La telefonata di zio Peppino. Il primo ricordo è rimasto impresso come una fotografia. «Arrivò una telefonata di mio zio Peppino, fratello di mio padre. Disse ai miei di procurare una cintola perché quella sera il piccolo Giancarlo avrebbe dovuto suonare il tamburo con gli Ortolani. Mia madre era contraria, pensava fossi troppo piccolo. Mio padre, invece, disse subito di sì. Ricordo ancora tutto. Accompagnai l’uscita della bandiera del Gremio degli Ortolani. Partimmo da vicolo Ciboddo, dalla casa di zio Antonino Dettori, cugino di mio nonno. È da quel momento che è cominciata la mia vita da tamburino».
La prima Discesa. Quella della prima Faradda è una data scolpita nella memoria di Giancarlo. «Era il 14 agosto del 1972, quando a soli sette anni, partecipai alla prima Discesa come tamburino». Da allora non ha più smesso. Quest’anno raggiungerà un traguardo straordinario, la quarantacinquesima Faradda. Per tanti anni ha accompagnato il Gremio degli Ortolani, con il quale ha vissuto l’ultima discesa nel 2009. Poi sono arrivati due anni con i Viandanti, una discesa con i Calzolai e, dal 2021, il suo posto è accanto al Gremio dei Sarti, dove continua a scandire con il tamburo il passo della devozione.
L’udienza dal Papa. Nel suo cammino c’è un altro momento destinato a cambiare tutto. È il 1980 quando parte per Roma con i Gremi degli Ortolani, dei Contadini e dei Massai per l’udienza con Papa Giovanni Paolo II. In quel viaggio prende tra le mani l’antico tamburo degli Ortolani. Lo restaura, cambia le pelli, lo riporta a nuova vita. «Per me quel primo cambio delle pelli era già un traguardo. Da allora ho iniziato a studiare davvero il tamburo». Da quel giorno non ha più smesso di approfondire ogni segreto di uno strumento che considera vivo quanto le persone che lo suonano.
Cento tamburi. Con il tempo è diventato uno degli artigiani che custodiscono un sapere antico. Nel suo laboratorio a Monte Rosello ha costruito circa cento tamburi, tutti realizzati a mano, uno per uno. Per completarne uno strumento servono in media venti giorni di lavoro. Ogni passaggio segue gesti tramandati nel tempo. La pelle di capra viene conciata con il metodo tradizionale, utilizzando soltanto calce e acqua, fino a raggiungere l’elasticità perfetta. Il legno di faggio viene piegato a vapore per creare il cerchio che manterrà in tensione le pelli. La cassa armonica è in ottone, capace di restituire quel suono profondo e inconfondibile che accompagna da secoli la discesa dei Candelieri. «Ogni tamburo ha una sua voce. Non ne esistono due uguali. Bisogna ascoltarlo, rispettarlo e capire quando è pronto».
Capocandeliere. Nel 2008 il suo Gremio gli ha affidato uno degli incarichi più prestigiosi, Capocandeliere degli Ortolani. Un riconoscimento che considera il punto più alto del suo percorso, perché ricevuto dal Gremio della sua famiglia e del padre Francesco. Per quarantadue anni Giancarlo ha lavorato come gommista, 38 dei quali per la Genovese Gomme. Da qualche giorno è in pensione e ora pensa solo a preparare il suo tamburo con la stessa cura di sempre. Perché la Faradda non finisce mai il 14 agosto. Vive nei mesi che la precedono, nelle mani che tendono le pelli, nei ragazzi ai quali insegna il ritmo, nei ricordi custoditi dentro ogni colpo battuto sul tamburo.
Le emozioni. Poi arriva sempre quella domanda. «Che cosa sono, per te, i Candelieri?». Giancarlo abbassa gli occhi. Il silenzio dura qualche secondo. Non è un vuoto, è una vita che gli scorre davanti. Rivede suo padre tra gli Ortolani, rivede il Corso gremito, la telefonata dello zio Peppino, quella cintola stretta in vita a un bambino di nove anni, la bandiera che esce da vicolo Ciboddo, il primo colpo di tamburo. Le parole si fermano, perché ci sono emozioni che nessuna voce riesce a contenere. E allora resta soltanto quel suono antico che ogni 14 agosto attraversa Sassari. Un battito che sembra nascere dal cuore della città e che, per Giancarlo, ha ancora il ritmo di suo padre Francesco.
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