La lettera del vescovo Melis alla comunità diocesana
Il testo inviato dal vescovo di Ozieri Corrado Melis alla comunità diocesana in seguito al rinvio a febbraio del processo in corso al tribunale di Sassari
Alla pecora tosata, Dio misura il vento
Cari fratelli presbiteri e cari fratelli e sorelle della comunità diocesana,
sento il bisogno di condividere qualche pensiero che proviene dalla mia fragile preghiera, che assiste attonita al prosperare dell’ingiustizia. Da padre e pastore continuo a provare profondo dolore per questa porzione di Chiesa alla quale la giustizia umana non riesce a dare pace. Mentre mercoledì (14 ottobre ndr) in Tribunale a Sassari si sentenziava per il processo un rinvio di pronunciamento al 17 febbraio, sollevavo gli occhi al cielo chiedendo con forza: perché Signore? Perché continua questa potatura così lenta e atroce che tiene sotto scacco il popolo di Dio che è in Ozieri e minaccia la serenità di un cammino di fede che ogni tanto deve fermarsi a capire cosa mai sia successo per subire un processo così complicato.
A fine agosto, con un pronunciamento autorevole come quello delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, sembrava che fosse chiara l’inconsistenza formale del processo, proprio come dall’inizio avevano osservato sia gli avvocati che gli organismi giuridici della CEI: «L’utilizzazione da parte della Chiesa cattolica della quota dell’otto per mille del gettito Irpef ad essa destinata non si svolge secondo uno schema procedimentale di tipo contabile pubblico e non dà luogo né a qualifica di agente contabile in capo alle diocesi o ai vescovi, né a rapporto di servizio funzionale con lo Stato ai fini della responsabilità amministrativa erariale» (CASS., S.U., ORD. 26 AGOSTO 2026, N. 24778). Ed ora si chiede ancora tempo per ulteriori indagini che non fanno altro che tenere accesa la macchina delle chiacchiere, delle critiche e della distruzione.
Cos’altro manca? Mi chiedo ancora: «Sentinella, quanto resta della notte? (Is 21,11)». Molte notti veglio come la sentinella di Isaia pensando a questo lungo ed estenuante cammino notturno, cercando soluzioni nella mia mente e incoraggiando il cuore a saltare oltre l’ostacolo. Ma i grovigli giuridici non fanno per me. Non sono la mia vocazione. E quindi decido di stare ad osservare il via vai di carte, mail, messaggi con un'unica limpida certezza nel cuore: la diocesi di Ozieri non merita questo! Da qualche parte ho letto questo proverbio francese: «Alla pecora tosata, Dio misura il vento!». Che è un po’ come dire: «cerca meglio, Dio sta facendo il suo lavoro da qualche parte».
Essere tosati non è cosa piacevole. E in questi tempi ipersocial gli apprendisti tosatori sono diventati tanti e per niente mansueti! Eppure, stando al proverbio, Dio il suo lavoro lo sa fare e sa proteggere la pecora tosata lavorando addirittura sul vento: «nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1Cor 10,13). Si, va bene, ma il Signore non può impedirmi di chiedergli con l’insistenza dell’amico inopportuno che bussa nel cuore delle tenebre: quando finisce la tosatura? È venuto un amico da lontano e io non posso far festa con lui perché mi manca il pane della serenità, della gioia, della pace! (cf. Lc 11,5-6). Credetemi: per me e per chi come me è coinvolto in prima persona, questa tosatura brucia. E con il cuore appesantito da questa inquietudine quotidiana (soprattutto notturna) cerco di intuire dove Dio sta misurando il vento, sta proteggendo la mia pelle, sta riscaldando le mie membra livide e quelle del popolo di Ozieri coinvolto in questa ora delle tenebre.
Cerco di trovare sollievo in tantissimi volti amici che sorridono, chiedono e si mettono alla ricerca di qualche parola di accurata consolazione. Sono infinitamente grato di questa delicatezza e del tratto fine con cui in questi anni pesanti tanti di voi stanno accarezzando la mia vita, custodendola dalla voracità delle chiacchiere ed evidenziando i segni di Vangelo che il Signore mi permette faticosamente di testimoniare. Chiedo scusa se a volte sembro burbero, accigliato e aggrinzito nel volto: anche noi preti e noi vescovi siamo fragili e facilmente trasformabili dalle tosature.
Pregate per me. Desidero diventare sempre di più un uomo di Dio e in questo momento la fatica è tanta! Cara comunità diocesana, teniamo vivo il fuoco del Vangelo. Siamo piccoli e vulnerabili. Ma siamo amici dell’Altissimo, Onnipotente e Buon Signore. Teniamo fisso lo sguardo su Gesù che è all’origine, alla meta e compagno nel cammino di aggiustamento della nostra fede, sempre così imperfetta e sempre così fragile (cf. Eb 12,2). In punta di piedi, chiedo per me e per voi una sola cosa decisiva per la nostra fede: non passiamo dalla parte del Nemico che vorrebbe che si plasmassero nei nostri cuori sentimenti di odio contro in nostri detrattori. Custodiamo la bontà, la carità, l’umiltà e la mitezza che sempre hanno accompagnato i nostri cammini di fede.
E soprattutto: attendiamo e preghiamo insieme la fine della tosatura, il tempo della gioia col Buon Pastore che «ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Con il braccio raduna il suo gregge: porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11).
Corrado, padre e Pastore
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