La Nuova Sardegna

L’approfondimento

Morire per il lavoro: vittime in aumento ma cresce anche l’indifferenza

di Viola Serra*
Morire per il lavoro: vittime in aumento ma cresce anche l’indifferenza

Dietro le tragedie ci sono persone e famiglie, una sconfitta per tutti

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Ogni giorno in Italia si muore di lavoro. Questa è una frase che dovrebbe scuotere le coscienze, invece è diventata quasi una notizia di routine. Ogni settimana i giornali riportano numeri, nomi, luoghi: cantieri, fabbriche, grandi e piccoli magazzini. Eppure dietro quelle cifre ci sono persone, famiglie, migliaia di vite interrotte. La sicurezza sul lavoro, uno dei diritti fondamentali in una società civile, resta ancora oggi un tema più che sottovalutato.

Per capire quanto questo problema sia radicato, basta tornare indietro di più di un secolo, all’età giolittiana. In quegli anni, l’Italia stava attraversando una prima fase di industrializzazione: le città crescevano, le fabbriche si moltiplicavano e migliaia di operai – al tempo anche donne e bambini – affrontavano turni estremamente lunghi e condizioni molto spesso disumane. Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio in diverse fasi, tra il 1892 e il 1914, ebbe un ruolo piuttosto importante per il nostro paese. Fu infatti sotto i suoi governi che vennero introdotte le prime leggi riguardanti la protezione dei lavoratori: nel 1898 l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, nel 1904 quella contro le malattie professionali. Per la prima volta lo Stato riconosceva che chi lavorava aveva diritto non solo ad uno stipendio, ma anche a sicurezza e dignità. Quelle norme, seppure con tutti i limiti del tempo, segnarono l’inizio di una consapevolezza nuova, diversa: la vita dell’operaio non poteva essere sacrificata per la produzione. Eppure, più di cento anni dopo, il tema sembra ancora irrisolto. Nel 2025 si continua a morire sul proprio posto di lavoro. Spesso le cause sono sempre le stesse: scarsa formazione, mancanza di controlli, risparmio sulle misure di sicurezza, ecc. L’attuale mercato del lavoro premia il profitto, ma purtroppo promuove i tagli riguardanti la sicurezza. Questo dramma è stato raccontato anche dalla musica.

Nel 2008 Caparezza, nel brano “Vieni a ballare in Puglia”, ha denunciato con un’ironia piuttosto pungente la realtà di una terra dove “per ammazzarsi bisogna farsi assumere in fabbrica”. Dietro il ritmo apparentemente leggero si nasconde una critica feroce a un sistema che preferisce ignorare la situazione. La canzone non parla solo della Puglia, ma di un’Italia intera che, ancora oggi, considera la vita del lavoratore come un qualcosa di sacrificabile. Il problema è diventato culturale, oggi tutto viene misurato in base alla produttività, la competitività è la parola d’ordine, la tutela della vita umana ha smesso di essere una priorità. Ogni volta che qualcuno perde la vita in fabbrica o su un cantiere, non è solo una tragedia personale, ma una sconfitta che riguarda tutti. Forse dovremmo smettere di chiamarle “morti bianche” e dire le cose come stanno: sono morti di Stato, di sistema, ma soprattutto di indifferenza. Finché non lo capiremo, il progresso resterà solo una parola priva di significato.

*Viola frequenta il Liceo Classico G. Manno di Alghero

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