Il podcast “Quel corpo non è il mio”: quando l’intelligenza artificiale dà la tua vita in pasto alla rete
Foto rubate all’origine dell’abuso che genera paura e vergogna: la storie di chi ha attraversato un incubo
C’è un momento, raccontano, in cui tutto si spezza. Non è un urlo, non è un gesto plateale. È uno schermo acceso. Un messaggio ricevuto. Un link. E poi la scoperta: quel corpo, quella nudità, quella scena che sta circolando online, non è il tuo corpo. Ma ha il tuo volto. È da qui che comincia una delle forme più subdole e devastanti della violenza contemporanea: quella che passa attraverso l’intelligenza artificiale, che manipola immagini, costruisce falsi credibili, trasforma persone reali in oggetti digitali. Non serve più una fotografia intima rubata: basta un profilo social, un’immagine pubblica, un volto qualsiasi. Il resto lo fa la tecnologia. Il risultato è un cortocircuito brutale tra realtà e finzione. Perché anche se quell’immagine è falsa, l’umiliazione è reale. La vergogna è reale. Le conseguenze lo sono ancora di più.
È questo il cuore di “Quel corpo non è il mio”, il podcast realizzato da Chora Media insieme alla Polizia di Stato, con il contributo di Fastweb + Vodafone. Un racconto che non si limita a spiegare un fenomeno, ma lo attraversa dall’interno, dando voce a chi lo ha vissuto.
La storia è quella di alcune ragazze le cui immagini sono state utilizzate per creare video pornografici deepfake, diffusi online senza alcun consenso. Ma potrebbe essere la storia di chiunque. Perché questa violenza non ha bisogno di contatto fisico, non lascia lividi visibili, e proprio per questo è spesso più difficile da riconoscere, da raccontare, da denunciare. Nel podcast, una delle protagoniste, protetta da un nome di fantasia, racconta il momento in cui si è trovata di fronte a quella versione alterata di sé. Non è solo la scoperta di un contenuto falso: è la perdita improvvisa del controllo sulla propria identità. È vedere il proprio volto abitare un corpo che non si è mai scelto, compiere azioni che non si sono mai compiute, sotto gli occhi di sconosciuti. E la rete non dimentica. Le immagini circolano, riemergono, si moltiplicano. Ogni condivisione è una nuova violazione. Ogni visualizzazione, una replica del trauma.
La violenza di genere online ha questa caratteristica: si insinua nella quotidianità, si nasconde dietro la normalità degli strumenti che usiamo ogni giorno. Un telefono, una chat, una piattaforma. Non arriva sempre come un attacco esplicito: a volte è una minaccia, altre volte un ricatto, altre ancora, come in questo caso, una costruzione artificiale che diventa più potente della realtà. Eppure, per molto tempo, tutto questo è stato percepito come “meno grave”. Come qualcosa di virtuale, quindi meno reale. Ma è un errore profondo. Perché ciò che viene colpito non è un file, ma una persona. La sua reputazione, la sua sicurezza, il suo equilibrio psicologico. La sua libertà di stare nel mondo, anche offline.
Le testimonianze raccolte nel podcast restituiscono proprio questo: l’effetto a catena. L’isolamento. Il senso di impotenza. La paura di non essere credute. E insieme, lentamente, il tentativo di ricostruirsi. Accanto al racconto, emergono anche gli strumenti. Le possibilità di difesa, le strade per denunciare, le tutele che iniziano a prendere forma anche sul piano normativo. Negli ultimi anni, infatti, il riconoscimento giuridico di queste forme di abuso ha fatto passi avanti, includendo anche la diffusione illecita di contenuti generati con l’intelligenza artificiale. Ma la legge, da sola, non basta. Serve una trasformazione culturale. Serve riconoscere che lo spazio digitale è spazio di vita. Che ciò che accade online ha un peso concreto, profondo, duraturo. Serve educazione, consapevolezza, responsabilità collettiva. Serve, soprattutto, rompere il silenzio. Ed è qui che il podcast trova la sua forza più grande: nella possibilità di ascoltare.
Perché ascoltare queste storie significa uscire dall’astrazione dei termini tecnici, “deepfake”, “violenza digitale”, e tornare al punto essenziale: le persone. Le loro voci, anche quando vengono alterate per proteggerle, restano autentiche. E arrivano. Arrivano a chi ha vissuto qualcosa di simile e non ha mai trovato le parole. Arrivano a chi non immaginava che tutto questo potesse accadere. Arrivano a chi, forse, ha sottovalutato. “Quel corpo non è il mio” non è solo il titolo di un podcast. È una dichiarazione, una resistenza, un tentativo di riappropriarsi di sé in un contesto che tende a sottrarre identità e controllo. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è sempre più accessibile e potente, la domanda non è più se questi fenomeni aumenteranno, ma quanto saremo pronti a riconoscerli e a contrastarli. Perché oggi può bastare un’immagine. E domani potrebbe bastare ancora meno. E allora raccontare queste storie non è solo informazione. È una forma di protezione.
*Valentina frequenta il Liceo Musicale Azuni a Sassari
