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Lo storico bronzo di Siddi, l’uomo chiamato cavallo

di Andrea Sini
Tonino Siddi, secondo da sinistra, sul traguardo della 4 x 100 alle Olimpiadi di Londra 1948
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Tonino Siddi, secondo da sinistra, sul traguardo della 4 x 100 alle Olimpiadi di Londra 1948

Alle Olimpiadi di Londra il sassarese guida la rimonta della staffetta azzurra nella 4x100

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SASSARI. L’uomo chiamato cavallo era un tipo che non guardava in faccia a nessuno. Cento metri di pista erano semplicemente cento metri da mangiare, da solcare, da bruciare alla velocità della luce. La terra rossa del sacro tempio di Wembley non aveva un sapore diverso quella dell’Acquedotto e il rivale, nella corsia accanto, era solo un avversario da battere, avesse le sembianze del proiettile americano Harrison Dillard o di un purosangue allevato in Sardegna.

Tonino Siddi accettava qualsiasi tipo di sfida, e poteva permetterselo. Indossava fasce di muscoli alla dinamite, forgiati nei saliscendi di Sassari, aveva molle al posto dei tendini, per volare ovunque ci fosse un po’ di cielo da conquistare.

Il cielo di Londra è particolarmente grigio, nell’agosto del 1948. La guerra è finita da poco e le ferite causate dai bombardamenti sanguinano ancora. Per le olimpiadi della rinascita non sono state certo fatte follie: il principale stadio cittadino è stato tirato a lucido, ma intanto i nuotatori devono esibirsi nel Tamigi e i ciclisti pedalano lungo i viali del parco di Windsor.

Tonino ha 25 anni ed è alla sua prima manifestazione importante. Da ragazzino ha corso in bici, e non era niente male. Da adolescente è passato all’atletica, con la Torres, e durante la guerra ha giocato qualche campionato nella squadra di calcio rossoblù. Mario Serradimigni tagliava il campo con i suoi fantastici lanci, lui sfrecciava verso la porta avversaria e spesso, piuttosto spesso, la buttava dentro. Impossibile non notarlo, anche a livello nazionale. Impossibile non curare e coltivare le sue incredibili doti di sprinter.

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E così a Londra, immerso nella crema dello sport mondiale, c’è pure quel velocista arrivato dall’isola. Gli fanno correre la 4x100 e gli assegnano l’ultima frazione, quella dei più forti. Quando arriva il suo turno, nella fredda mattina del 7 agosto, la squadra italiana è in ritardo. Il podio sembra svanire, ma lui strappa il testimone dalle mani di Carlo Monti e fila come un treno nel rettilineo della pista di Wembley. Stacca il frazionista olandese e quello canadese, affianca e sorpassa l’ungherese, mette nel mirino il britannico e fa tremare il pubblico di casa. Si salveranno per un soffio. La medaglia d’oro va agli Stati Uniti, l’argento alla Gran Bretagna, il bronzo è dell’Italia del quartetto Tito, Perucconi, Monti, Siddi.

Non è tutto, perché nel pomeriggio c’è in programma la finale della 4x400. Tre quarti della staffetta azzurra sono diversi, ma dopo Rocca, Missoni e Paterlini, il quarto frazionista è sempre lui. L’Italia ha buone chance di medaglia ma un errore al cambio porta i giudici a squalificarli. Per Tonino Siddi resta un piccolo grande record, perché nella storia delle olimpiadi nessun atleta azzurro ha mai corso nello stesso giorno la 4x100 e la 4x400.

E’ il punto più alto della carriera del pistard sassarese, che collezionerà 17 presenze complessive in azzurro e si toglierà diverse soddisfazioni. Non ultima quella di essere il primo (e sinora unico) atleta italiano di ogni tempo a essere presente tra i primi dieci contemporaneamente in ben sette specialità: 100 (10"05), 200 (21"4), 400 (47"2), 400 ostacoli (53"9), 800 (1'53"1), salto in lungo (6,99) e salto in alto (1,83). Vincerà l’argento ai campionati Europei del 1950 con la 4x100. Correrà, con meno fortuna, anche alle olimpiadi di Helsinki 1952, ancora con la staffetta. E alla fine infilerà in bacheca sei titoli italiani individuali (100 nel 1950, 200 nel 1948 e 400 nel '47, '49, '51, '53) e otto titoli con le staffette 4x100 e 4x400.

La competizione però era il sale di una vita vissuta sempre col piede sull’acceleratore. Acquistò una 1100 Super e si presentò al via della Millemiglia e alla Targa Florio, combinò qualche guaio e finì nelle pagine di cronaca nera. Morì ad appena sessant’anni.

La sua città gli ha intitolato lo stadio dell’atletica e lo ricorda come “il più grande”, ma non solo. Personalità strabordante, battute fulminanti in dialetto sassarese, e anche la capacità di non prendersi mai troppo sul serio. Come quel giorno che, sulla pista dell’Acquedotto, accettò di correre contro un cavallo. Che lo battè, ma di poco. Proprio come quella mattina di velata di pioggia, sotto il cielo di Wembley.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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