Italia troppo piccola nel nuovo ciclismo della globalizzazione
Due sole squadre Pro Tour con bilanci “poveri”, tanti prof a piedi. E il Giro vale un terzo del Tour
«Ciclismo in crisi? No, parlerei piuttosto di un ciclismo diverso, che non guarda più ai Paesi nei quali ha da sempre una grande tradizione, e in particolare a quelli europei, ma al mondo intero. Il movimento è cresciuto diffondendosi dapprima in Australia, quindi negli Stati Uniti e nel Regno Unito. E la prospettiva è quella di avere grandi squadre asiatiche, con sponsor e corridori dell’Estremo Oriente, realtà con le quali sarà sempre più difficile confrontarsi per i team italiani, francesi e spagnoli, che fino a pochi anni fa la facevano da padroni. E lo stesso discorso vale per l’organizzazione delle corse». Parola di Maurizio Fondriest, ex professionista, campione del mondo nel 1988 a Renaix e già commentatore televisivo.
Sguardo a Oriente. Il trentino parla per esperienza diretta: le biciclette che portano il suo nome stanno facendo il giro del mondo: «Pensate – aggiunge – il nostro quinto mercato è Taiwan». Le parole di Fondriest inquadrano perfettamente il momento difficile vissuto dal ciclismo italiano a tutti i livelli: da quello dei talenti – non vinciamo una grande classica da data immemore e il vincitore del Giro d’Italia 2013 Vincenzo Nibali corre per una squadra straniera – fino a quelli relativi al panorama delle squadre e delle grandi competizioni.
Il confronto con le big. Tra le 18 squadre World Tour – la Champions League del ciclismo – solo due sono italiane. Anzi, a guardar bene una sola, la Lampre (grazie alla grande passione della famiglia Galbusera), perché la Cannondale, pur retta da dirigenti del nostro Paese, è il factory team di un marchio americano. I budget di queste due squadre sono più o meno la metà di quelli di corazzate come Sky, Bmc ed Astana. E la riforma che entrerà in vigore nel 2017 difficilmente favorirà le nostre squadre minori: se il panorama mondiale è quello tratteggiato da Fondriest, è più facile immaginare che siano le nostre a “retrocedere” tra le formazioni Professional e nuovi team multinazionali a entrare nel grande giro.
Corridori penalizzati. A farne le spese, ovviamente, sono i corridori. A parlare, come sempre, sono i numeri: dieci disoccupati italiani tra le formazioni World Tour, il doppio tra quelli delle squadre Professional, il triplo tra quelli delle Continental.
E se è vero che il numero di coloro che sono “passati” professionisti negli anni scorsi era sicuramente troppo alto, è altrettanto vero che la situazione è difficile al punto da spingere le formazioni migliori a scegliere, tra dilettanti di pari talento, quello che porta in dote lo sponsor. Succede anche nell’automobilismo, è vero, ma le cifre sono assolutamente diverse: 35 mila euro lordi per un neo-professionista, poco di più per gli anni successivi. E sono tantissimi i ciclisti italiani che pedalano per il minimo sindacale.
Organizzatori in crisi. La globalizzazione colpisce anche gli organizzatori e in particolare quelli di corse di un giorno. L’esempio è quello del Giro del Trentino che – colpito dalla spending review della pur ricca Provincia Autonoma – l’anno prossimo sarà costretto a fondersi con il Trofeo Melinda. Il Giro d’Italia gode di buona salute, ma il raffronto con il Tour de France è impietoso. L’esposizione mediatica a livello mondiale è circa un terzo di quella della Grande Boucle e anche i premi sono decisamente inferiori a quelli della corsa a tappe francese: a chi salirà sul gradino più alto del podio a Trieste andranno poco più di 200 mila euro, mentre il vincitore del Tour ne incasserà quasi mezzo milione; un giorno in maglia gialla vale quasi dieci volte di più di quello in maglia rosa e così via. E il gap non pare colmabile. Non è un caso che Contador, Froome e Nibali – i più forti nelle corse a tappe – e anche il re delle volate Mark Cavendish abbiano preferito il Tour de France al Giro d’Italia.
@mauridigiangiac
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