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«Ho avuto tanto dal pallone e non lo mollo»

di Roberto Muretto
«Ho avuto tanto dal pallone e non lo mollo»

«Ho ricordi straordinari delle mie squadre Credo di poter far bene anche in panchina»

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SASSARI. La passione per il calcio l’ha ereditata dal padre. Stefano Udassi ha dato i primi calci ad un pallone appena ha cominciato a camminare. Passione cresciuta seguendo il suo papà (Angelino), giocatore di talento degli anni Sessanta. Bomber di razza, si è tolto tante soddisfazioni nella sua lunga carriera e ora che ha deciso di fare l’allenatore, ha ricominciato a vincere. Quest’anno ha riportato il Castelsardo (società a cui è legatissimo) in Eccellenza. Risultato che potrebbe aprirgli prospettive interessanti.

Cominciamo dalle emozioni: sono più forti da giocatore o da tecnico?

«Due cose diverse. Nei giorni scorsi ho rivisto Torres-Palermo e mi sono emozionato. In panchina non sei protagonista in prima persona e soffri molto di più. Ma sono sensazioni bellissime.

Quando ha preso la decisione di fare l’allenatore?

«In realtà mi sarebbe piaciuto svolgere un ruolo da dirigente, per il quale mi sono sempre sentito portato. Il direttore sportivo è un ruolo che mi affascina. In Sardegna ci sono pochi spazi per avere visibilità e lavorare in un certo modo. Tanti compagni mi dicevamo che ero un allenatore in campo e questa scelta non la considero un ripiego».

Come si sta dall’altra parte della barricata?

«Cerco di mettere a frutto le esperienze maturate con gli allenatori che ho avuto. A cominciare da mio padre, che mi ha trasmesso la passione per il pallone, a seguire con Bebo Leonardi e Bernardo Mereu. Mi hanno insegnato tante cose. Una su tutte: con i giocatori la lealtà è fondamentale».

Ha vinto il campionato di Seconda categoria e ora di Promozione. Adesso?

«Ho delle aspettative. Se decidi di fare un percorso ti poni degli obiettivi. Facendo un passo per volta e con grande umiltà, punti ai massimi livelli. Seguendo corsi e ascoltando chi ne sa più di te».

Tradotto in soldoni, sta pensando al professionismo?

«Ho fatto domanda per fare il corso a Coverciano. I requisiti li ho, aspetto la risposta».

Vincere a Castelsardo ha qualcosa di speciale?

«Sì. Qui mi vogliono bene, c’è l’ambiente ideale per lavorare bene. E poi, vent’anni fa, sempre con Antonello Palmas presidente, siamo stati promossi ed io ero in campo. Ripetersi da allenatore non è stato facile perchè venivamo da una retrocessione e ripartire non è mai una cosa semplice».

Lei anche da dilettante ha sempre fatto una vita da professionista. Come gestisce i suoi giocatori da questo punto di vista?

«Non detto regole, tendo a fidarmi dei ragazzi».

L’emozione più bella che le ha regalato il calcio?

«Non ho dubbi, la promozione in C1 con la Torres».

E la delusione più grande?

«Non aver raggiunto i playoff l’anno dopo sempre con la Torres. Se li avessimo centrati, sono certo che in Serie B ci saremo andati noi».

Rimpianti?

«Uno soltanto: non essere andato alla Reggina in Serie B. Ma non è stata una mia scelta, la Torres non ha voluto cedermi. Eppure avevo già 31 anni e la somma offerta era ottima. Secondo me è stata una decisione sbagliata da parte loro. In quella stagione i calabresi sono stati promossi in A».

La Torres, tante soddisfazioni e...

«Sono stati sette anni intensi. Ho avuto onori e oneri. Gli attestati di stima sono arrivati dopo e li tengo nel cuore. Sono stato fischiato da persone che dopo anni mi hanno fermato per strada per esprimermi il loro apprezzamento. Hanno capito che in campo ho sempre dato tutto. Sono sensazioni che non puoi descrivere».

Quanto è stato difficile essere profeta in patria?

«Tantissimo. Sono arrivato alla Torres che avevo 27 anni, dopo aver fatto tanta gavetta. Ho vissuto momenti difficili, li ho superati con personalità».

Quanto ha sofferto quando la Torres è precipitata tra i dilettanti?

«Parecchio. Noi avevamo fatto cose straordinarie, andate in fumo in poche ore per poco buonsenso. L’esempio da seguire è quello che sta facendo Stefano Sardara con la Dinamo. Alla Torres sono passati dirigenti che hanno dimostrato di non saperci fare».

Che futuro vede?

«Non conosco le cose e giudicare dall’esterno non è corretto. E’ fondamentale restare tra i professionisti».

A chi ha dedicato la promozione del Castelsardo?

«Ai miei genitori, a mia moglie e ai miei figli. I primi, anche se non ci sono più, restano un esempio. Gli altri mi danno la forza interiore per superare qualsiasi problema».

Il calcio di oggi e quello di ieri, quali le differenze?

«Il filo conduttore sono sempre i soldi. Forse faccio un discorso di parte ma secondo me il livello generale si è abbassato. Vedo tanti ragazzi che hanno una grande passione, mancano le basi per insegnare i fondamentali».

Si spieghi meglio.

«Si è impoverito il livello tecnico. Sono pochi quelli che lavorano in modo serio nei settori giovanili. Invece va seguito in modo maniacale. I tecnici che operano con i più piccoli devono essere soprattutto degli educatori. E devono essere ancora più preparati di quelli della prima squadra».

Sempre in tema di giovani, spesso si sente dire che hanno poca voglia di fare sacrifici. E’ un luogo comune?

«Si tratta di trovare la chiave giusta. Nella mia breve esperienza personale in panchina, ho avuto la fortuna di allenare bravi ragazzi. Ma sento diversi colleghi che si lamentano della scarsa attenzione con cui i giovani si allenano. Io dico che dipende dai singoli. Se uno ha fame e voglia di arrivare, non si fa distrarre da niente».

Come ha fatto lei?

«Non voglio essere e non sono un esempio per nessuno. Dico solo che quelli della mia generazione avevano solo il pallone come diversivo. Non c’erano computer, le discoteche erano poche e le distrazioni pochissime. In quegli anni i soldi giravano. Si guadagnava bene. Ora ci sono meno risorse economiche ma anche meno passione».

Cambiamo argomento. Ha sentito che Massimo Cellino vuole lasciare il Cagliari dopo ventidue anni?

«E’ una situazione strana. Il problema stadio assurdo. La mia sensazione è che il presidente sia sia disamorato e anche i tifosi si sono stancati di lui. Penso che lasci, anche se quando c’è di mezzo Cellino niente è scontato».

Venderà agli americani?

«Non lo so. Però voglio spezzare una lancia in suo favore. I tifosi dovrebbero avere un po’ più di rispetto per un uomo che ha tenuto tanti anni la squadra in Serie A. Non nego che ha dei difetti e che ha rilasciato delle dichiarazioni pesanti, però gli va riconosciuto di aver fatto un grande lavoro. Ha valorizzato giocatori sardi, ha dato delle chance importanti a tecnici e dirigenti locali. E ha anche commesso tanti errori. Però se si fa un bilancio, è più che positivo».

Magari se Cellino resta alla guida del Cagliari potrebbe affidarle la squadra.

«Non corriamo. Io sono appena agli inizi e ho moltissimo da imparare. Vado avanti per la mia strada. Lo ripeto, con i piedi per terra».

Chiudiamo con la Torres, se la farà a vincere i playoff?

«Lo spero con tutto il cuore. Sassari deve restare nel calcio importante perchè ha tradizione e cultura sportiva. I tifosi avranno un ruolo importante e non escludo di andare anch’io allo stadio a fare il tifo per la squadra del mio cuore».

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