Il Banco alle prese con l’enigma Dyson
I biancoblù sono primi in classifica con merito ma il momento negativo dell’americano fa discutere i tifosi
SASSARI. I dolori del giovare Jerome. Il periodo negativo di Dyson e lo scarso appeal che ha sul pubblico rischia di far passare in secondo piano il fatto che la Dinamo ha perso una sola partita su sette ed è in testa alla Serie A, il tutto col doppio impegno dell’Euroleague. Niente male, anche se ora arriva un mese che dirà alcune verità proponendo, tra dicembre e il primo week-end di gennaio, le sfide con Milano, Reggio Emilia e Venezia. E per vincerle, non c’è dubbio, il Banco da Jerome Dyson ha bisogno di qualcosa in più di quello che ha avuto nell’ultimo mese.
L’atteggiamento. Non va confuso col modo di essere di una persona. Jason Rowe o Bootsy Thornton, giusto per fare due nomi, non erano certo esempi di espansività ma hanno lasciato comunque ottimi ricordi. E nemmeno David Logan difficilmente andrà a fare la spalla di Fiorello in qualche programma tv. Ma sono questioni che nulla hanno a che fare con quello che succede in campo. L’atteggiamento che viene contestato a Dyson è quando, per esempio, perde due palloni di fila a metà campo e poi non difende nell’azione successiva costringendo un compagno a spendere un fallo. O quando pretende di essere il mister Wolf di Pulp Fiction e vuole risolvere a tutti costi i problemi, sparando a casaccio da 8 metri o intestardendosi a cercare guai in area dimenticandosi dei compagni liberi. Il suo modo di essere solitario in campo, insomma, è il vero problema da risolvere. Il feeling con lagente è un capitolo a parte, anche se è un aspetto che la Dinamo di Stefano Sardara non ha mai considerato secondario.
L’involuzione. Lunedì l’impressione è stata quella di un giocatore in difficoltà anche psicologica. Logan e Sosa lo hanno più volte incoraggiato e consolato dopo gli errori, in qualche circostanza è sembrato indeciso. Altre volte invece ha voluto strafare, del resto è sempre stato una stella dai tempi del college e ingoiare una retrocessione in panchina non è semplice. In realtà Jerome Dyson aveva cominciato come meglio non poteva, trascinando la squadra nella prima, storica vittoria contro l’Armani Milano nella finale della Supercoppa. Poi è andato avanti a sprazzi, a volte faceva cose di grande bellezza, altre scompariva completamente dal campo. Nelle ultime settimane la situazione è peggiorata perché ha cominciato a essere negativo per la squadra in alcune circostanze e questo sì è un problema.
La chiave tattica. Jerome Dyson non è un play e nemmeno è stato preso per fare il play. È però un giocatore che può fare la differenza e per questo la Dinamo lo ha inseguito a lungo e anche aspettato nella Summer League. Dyson è stato preso proprio per fare la differenza in una squadra che non ha un play e dovrebbe vivere di aggressività e letture giuste in attacco, con tanti assist da più fronti e non più sgorgati dalle mani magiche di uno solo. Se il flusso si interrompe, si rischia di vedere un basket da playground nel senso peggiore del termine e qualche volta, anche nelle vittorie, è successo. Colpa solo di Dyson? No e soprattutto non c’è un colpevole. Anzi, non può esserci un processo a una squadra prima in classifica, casomai discussioni su aspetti da migliorare. Fischi, proteste e difese d’ufficio? È il gioco delle parti: i tifosi perdono la pazienza, società e allenatore fanno quadrato. Di sicuro c’è che un Dyson così non fa comodo a nessuno e in qualche modo il problema va risolta.
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