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Banco, una notte per sentirsi grandi: c’è un’isola che sogna

di Roberto Sanna
Banco, una notte per sentirsi grandi: c’è un’isola che sogna

Gara 6 al PalaSerradimigni, i biancoblù possono eliminare l’Armani e centrare la finale scudetto
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SASSARI. Tutto in una notte. Forse non è la partita più importante della storia biancoblù, sicuramente è la più affascinante. Negli ultimi quindici anni la Dinamo ha giocato e vinto tante partite importanti dentro e fuori il campo, è risalita dalla serie B, si è salvata all’ultima giornata in Legadue, è andata in Serie A, ha evitato la scomparsa all’ultimo momento, ha giocato contro il Real Madrid Euroleague, ha vinto tre coppe. Insomma, le emozioni non sono mancate e la partita di oggi è il condensato perché per arrivare a 40’ dalla finale scudetto ci sono volute tutte quelle cose. Fallito, con tanti rimpianti, un altri blitz al Forum, il Banco scrive oggi la sesta puntata della semifinale con l’Armani Milano e stavolta anche un po’ di pressione in più: se vince va in finale scudetto, se perde deve rigiocarsi tutto nella roulette russa di una gara7 nuovamente in trasferta mercoledì e non è una grande prospettiva.

Sfida bollente. L’anno scorso Dinamo e Armani non si sono risparmiate nulla e quest’anno la sfida è salita ulteriormente di tono, in confronto quella semifinale sembra una tranquilla partita di Monopoli. Cose che succedono quando c’è una rivalità vera, fondata anche su valori tecnici, e quando due squadre si affrontano in una serie lunga si portano dietro anche un contorno fuori dal campo fatto di dichiarazioni e polemiche quasi inevitabili. Oggi la tensione è altissima perché entrambe hanno qualcosa da perdere, anche se Milano è nuovamente di fronte allo spettro dell’elimination game e gioca per sopravvivere mentre la Dinamo deve soprattutto dimostrare di avere la fame giusta per andarsi a prendere un posto in finale scudetto.

La lezione. Una sconfitta come quella di sabato può lasciare tracce nella testa dei giocatori e il Banco deve essere bravo ad azzerare la frustrazione dell’essersi sentito a un passo dal traguardo e per scoprire invece, al suono della sirena, di dover correre ancora un giro. Il pericolo è quello di aver rianimato psicologicamente una squadra che sembrava già nella tomba e invece si è tirata fuori. La lezione da imparare è che, al di là delle antipatie che un tifoso può provare, l’Armani per quanto in difficoltà, per quanto acciaccata, resta una squadra con grandi giocatori, è campione uscente e ha in panchina l’allenatore che vinto gli ultimi due scudetti. E non bisogna mai concederle una seconda possibilità.

La partita. Siamo alla sesta partita in dieci giorni, è anche la decima volta che Banco e Armani si trovano di fronte in questa stagione. Difficile che a fare la differenza possa essere qualche trovata tattica, le squadre si conoscono a memoria e gli allenatori lavorano soprattutto sui particolari. Ci si può invece concentrarci su quello che ha detto la serie finora per trovare le chiavi. Una prima considerazione, ribadita dal match di ieri, è che la Dinamo prevale se la partita resta in equilibrio e ha sempre avuto i migliori finali, mentre Milano diventa imbattibile se può allungare con qualche break importante e viaggiare sui binari della tranquillità. Gentile e Samuels finora sono stati inarrestabili e anche stavolta si potrà cercare solo di contenerli, non di cancellarli, e infatti la Dinamo ha perso quando anche altri, in particolare David Moss, hanno giocato bene. Kenny Kadji, che è tornato in Sardegna ieri notte con l’ultimo volo, potrebbe rientrare e dare una grossa mano contro Samuels, soprattutto per la gestione dei falli di Lawal senza dover abbassare il quintetto troppo presto. Milano, ancora senza Hackett, ha problemi fisici con Elegar e Brooks e questo potrebbe accorciare le rotazioni ma la panchina è comunque ricca di giocatori importanti. Quel che è certo è che oggi è la vera, grande occasione della Dinamo che avrà dalla sua parte anche la spinta dei tifosi. Una notte così, fatta solo per sognare in grande, il PalaSerradimigni non l’aveva ancora vista.

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