Un gruppo che si è sempre rifiutato di perdere le partite più importanti
REGGIO EMILIA. Non si sono mai arresi. Alla fine è questa la spiegazione per uno scudetto che è arrivato dopo 18 partite di playoff durissime, che la Dinamo ha affrontato sempre col fattore campo...
REGGIO EMILIA. Non si sono mai arresi. Alla fine è questa la spiegazione per uno scudetto che è arrivato dopo 18 partite di playoff durissime, che la Dinamo ha affrontato sempre col fattore campo contrario dopo aver chiuso la regular season al quinto posto. Riguardando indietro il film dei playoff, ci si rende conto di quante volte la Dinamo sia stata a un passo dal tracollo e di come abbia sempre trovato il modo di tirarsi fuori.
A partire dai quarti di finale contro Trento, squadra con la quale i biancoblù avevano 0-2 in regular season e hanno perso gara1. Tornare a Sassari sullo 0-2 in una serie di 5 partite sarebbe stato pesante e infatti il Banco ha messo le mani su gara2 e chiuso la serie in casa. Contro Milano ancora la Dinamo sembrava spacciata, costretta a giocare gara7 al Forum dopo essere stata avanti 3-1 nella serie. A 2’’ dalla fine era eliminata, invece ha pareggiato e vinto all’overtime. E a proposito di supplementari, tre partite sono finite ai supplementari e i biancoblù le hanno sempre vinte, dimostrando la loro capacità di sopravvivenza. La finalissima è stata sempre una rincorsa: 0-2 con due schiaffoni a Reggio Emilia, poi gara3 recuperata nell’ultimo quarto dal -13, gara4 vinta all’overtime, ancora sotto 2-3, infine il pareggio in gara6 col triplo overtime e Reggio che ha fallito per due volte il tiro dello scudetto. Anche gara7 è cominciata con un -17 e il Banco il primo vantaggio lo ha siglato a tre minuti e mezzo dalla fine.
L’istinto del killer a tutto tondo, forse la sublimazione del basket di Meo Sacchetti che mette al centro di tutto le persone e poi passa al basket. Alla fine ha avuto ragione lui e la società è stata brava a supportare fino in fondo questa filosofia anche in un anno diverso dagli altri. La transizione da Travis e Drake Diener a una squadra fondata sul black power, dove le dinamiche erano molto diverse da quelle degli anni scorsi, non è stata semplice. Eppure l’ostinazione ha pagato perché alla fine sono stati proprio i giocatori più contestati durante l’anno, quelli che hanno avuto più sbalzi di rendimento e anche creato più problemi extracestistici, a decidere le partite più importanti. Sopportare certe cose, e anche farle sopportare al resto del gruppo, resistendo alla tentazione di andare allo scontro, è stata forse la chiave principale della stagione. Assieme all’assoluta convinzione nelle proprie scelte, perché la Dinamo è sempre stata coerente dichiarando che questi giocatori potevano portare tutti molto lontano. E come per incanto, nei playoff e negli ultimi 5’ di gara7 a Reggio, tutto è andato a posto e quelle cose per mesi e mesi invocate si sono improvvisamente materializzate. Alla fine si può tranquillamente dire che la pazienza di Meo e della società è stata inferiore solo alla loro voglia di vincere. Tre trofei non si sollevano per caso, questo è certo. Ed è proprio vero: più è difficile, più è bello.(r.s.)
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