Segreti e follie di una Dinamo da leggenda
I playoff iniziati quasi “in ciabatte”, le imprese notturne di Dyson e Sanders e la scaramanzia che alla fine vince
SASSARI. Chi pensa che il discorso di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” sia il massimo per caricare una squadra, non ha visto da vicino Shane Lawal con gli occhi spiritati che abbraccia e percuote i compagni di squadra e tutto lo staff prima di entrare in campo in quella che Meo Sacchetti ha definito “la partita chiave dei nostri playoff”. Sta per iniziare gara2 a Trento, la Dinamo ha il morale sotto i tacchi e un piede e mezzo in vacanza. Altro che scudetto. Durante l’allenamento della sera prima, il coach si era accomodato con aria sorniona tra i tavoli della tribuna stampa e dopo avere preteso la chiusura dei taccuini ai tre giornalisti presenti, aveva iniziato così: “domani cambio tutto”. Sono cambiati in quel momento, i playoff della Dinamo, con la scelta del coach di mettere momentaneamente in discussione alcuni pezzi da novanta e i due giri di corda dati da Shane Lawal a un gruppo scarico e sconfortato.
È piena di visi e sguardi impossibili da cancellare, la cavalcata vincente della Dinamo. Come la faccia terrorizzata di Rakim Sanders nel riscaldamento prima dell’esordio nei playoff contro Trento, che poteva presagire solo una pessima prestazione. Gli occhi fuori dalle orbite di Jeff Brooks che ha appena subito un colpo sul volto, con la sua reazione che diventa una scintilla fondamentale. Il viso spaurito di Jerome Dyson sulla porta degli spogliatoi dopo gara 6 con Milano, quello bagnato da lacrime di gioia dello stesso giocatore, a centrocampo, al termine di gara7 con Reggio Emilia. L’espressione glaciale di David Logan, immutabile nel tempo e nello spazio, quando non riesce a vedere la palla per quarti interi o come quando infila la quinta bomba di fila del suo mostruoso ultimo parziale in gara3. E dopo la doccia, mentre abbraccia sua figlia dice “ho solo aspettato il mio momento”. Il pianto silenzioso di Kenny Kadji, che durante la premiazione del PalaBigi si siede da solo in panchina, dice due parole di circostanza davanti a un taccuino aperto, poi si blocca e sussurra solo “è per te, mamma”.
Pazza, diabolica, disarmante, gonfia di talento e di muscoli da far spavento, bipolare, autolesionista, fortissima, commovente. E difficile, difficilissima da raccontare. Persino per chi quei volti li può vedere continuamente da vicino, anche lontano dai riflettori. C’è un concentrato di aggettivi dietro il trionfo della Dinamo, capace di cominciare i playoff quasi come outsider, di pensare quasi a prenotare le vacanze e infine di rialzarsi, una, due, dieci volte, dopo essere stata a mezzo passo dal baratro.
Non è uno scudetto “normale”, quello vinto dai giganti biancoblù. È uno scudetto assolutamente folle, come carichi di follia sono stati certi momenti visti e vissuti dietro le quinte. Come spiegare altrimenti il fatto che una coppia di giocatori, Dyson e Sanders, in un momento di massima tensione e sforzo fisico, dopo due sconfitte consecutive, pensa bene di trascorrere una nottata in discoteca? E che gli stessi due giocatori siano poi risultati assolutamente decisivi nel match successivo e nelle gare chiave della finalissima? Cosa dire di un giocatore considerato unanimemente “fuori di testa”, Edgar Sosa, passi nel giro di un mese dal taglio a essere uno dei grandi protagonisti dei playoff?
Dopo gara 7 con Milano un giornalista di una testata nazionale ha commentato così: «una squadra senza palle ha perso contro una squadra senza testa». Interpretazione interessante, che però va a cozzare contro il fatto che la Dinamo nei momenti importanti la testa l’ha avuta eccome, pur segnando tanti canestri fuori dal comune. Ma ai tanti momenti di tensione (la rissa sfiorata con alcuni tifosi milanesi fuori dal pullman ad Assago, dopo gara2, il presunto schiaffo di Lawal a un tifoso avversario nel parcheggio del palazzetto dopo un insulto razzista, o la scena del folle che è entrato in campo a Reggio in gara7, dando in realtà una carica extra ai sassaresi), hanno fatto da contraltare tanti episodi positivi, immersi in un clima comunque sereno. Con le sfide a metà campo tra Stefano Sardara e il fisioterapista Simone Unali, mentre la squadra li deride dall’altra parte del campo; il terzo tempo con i giocatori di Trento dopo gara4 (con i giocatori ospiti che sono rimasti nella club house a bere insieme ai tifosi sino all’alba); e i mille riti di giocatori e staff. Uno su tutti, Brian Sacchetti che, in panchina, ogni partita attende il primo canestro della Dinamo, poi si alza in piedi e raccoglie al volo la bottiglietta d’acqua che gli viene lanciata dall’estremità opposta della panchina.
Di certo prima di gara 7 a Reggio Emilia, quando ormai c’era da giocarsi il tutto per tutto, la scelta della società di cambiare albergo e città (la squadra è finita a dormire, e a festeggiare, a Modena...) è stata ampiamente ripagata. Perché con quelle facce un po’ così, e con questa gente con un po’ così, alla fine anche la scaramanzia ha il suo peso. Chiedetelo ai campioni d’Italia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

