«Oggi tutto facile Noi sudavamo come maiali...»
L’ex ferrarista 72enne a tutto campo, dall’ingrato Lauda al giudizio sui piloti moderni: «Ecclestone? Dopo di lui...»
di Mauro Corno
Ha salvato la vita a Niki Lauda, estraendolo dalla sua Ferrari in fiamme al Nürburgring, il primo agosto del 1976. In “Rush”, il film di Ron Howard che ha ripercorso il duello dell’austriaco e di James Hunt, il giusto merito non è però andato ad Arturo Merzario. Che inizialmente se l’è un po’ presa, ma ora ci ride sopra. «Me l’hanno fatta un po’ sporca, ma quella è solamente una fiction: l’80% di quello che è contenuto nella pellicola è pura fantasia ed è enormemente esagerato. La vita è altro: è avere 72 anni ed essere in grande forma».
Mai smesso di essere pilota. Il comasco, che ha all’attivo 85 Gp di Formula 1, categoria in cui è approdato all’inizio degli anni Settanta dopo una lunga e vincente gavetta, continua a essere attivo come pilota sui circuiti di tutta Europa, dove si cimenta con vetture di ogni genere. E tra una gara e l’altra resta uno dei pochi a dire quello che pensa. «Che non si possano fare paragoni tra epoche diverse lo sappiamo tutti e non vorrei fare il solito che racconta “Ai miei tempi…”. Però, visto che insisti…».
Senza peli sulla lingua. È come accendere la luce verde del semaforo alla partenza di una corsa. Merzario toglie il cappello da cow-boy che lo ha reso simpatico in tutto il mondo, indossa il casco, mette il piede sull’acceleratore e non si ferma più. «Punto uno: c’è troppa tecnologia. Non si esalta più il lavoro di squadra che si sviluppava nel rapporto, strettissimo, tra pilota, meccanici e tecnici. Gli ingegneri, e nella categoria Mauro Forghieri era un autentico fuoriclasse, si sentivano sotto pressione perché lui e quelli come lui erano consapevoli dei pericoli corsi da chi entrava nell’abitacolo: d’altro canto rischiavamo la vita, bastava un bullone di qualità scadente ed eri fregato, se si rompeva nel momento sbagliato. Veniva utilizzato il ferro delle cancellate per assemblare le monoposto: i materiali spesso erano ben poco nobili e dovevi metterci del tuo, per quanto possibile, per colmare le differenze. Adesso i computer ti dicono anche quando ti devi fermare a fare la pipì. Ma si può? Quando correvo io in Formula 1 sai invece cosa succedeva? Che le segnalazioni dai box certe volte non riuscivi neanche a vederle perché i cartelli erano quelli che erano e magari stava diluviando, stavi sorpassando o ti stavi difendendo da un attacco di un rivale. Altre ancora facevi proprio finta di non averle viste, perché il padrone della macchina eri tu: erano c…i tuoi, scusami il francesismo, e non c’era santo che tenesse. E poi... quanta fatica… Non come adesso che dopo il Gran premio sono freschi come rose e pronti per andare a ballare. Noi dopo tre giri eravamo già stravolti: sudavamo come dei maiali nelle nostre tute, sia che andassimo a 200 all’ora a Monza o a 80 a Monte Carlo, dove però dovevi stare attento anche alle “bitte” posizionate a pochi centimetri dalla pista (nel 1967 Lorenzo Bandini morì proprio dopo essere andato a sbattere con la sua Ferrari contro una colonnina per l’ormeggio delle imbarcazioni: la monoposto prese fuoco dopo l’impatto, ndr). Correre era assai pericoloso. E poi, a dirla tutta, adesso ci sono i jet e gli elicotteri: noi andavamo in trasferta in auto, magari in quattro, scomodi. I massaggiatori non esistevano, le diete neanche. Ma c’erano umanità e senso di amicizia che mi sembrano purtroppo dimenticati».
Lui e la Ferrari. Tra il 1972 e il 1973 Enzo Ferrari gli dette una monoposto per partecipare al Mondiale di Formula 1: era una Rossa problematica e per Merzario arrivarono solamente due podi sfiorati e qualche punto. Il primo, all’esordio, a Brands Hatch, nel Gran premio d’Inghilterra. «Con il commendatore avevo un rapporto eccezionale, mi permettevo di dargli del tu e, cosa non da poco, di fumare in sua presenza. Mi voleva bene perché non avevo paura di niente, neanche di criticare. Da 1 a 10 uno come lui oggi servirebbe 100. E occhio anche a Bernie Ecclestone, che ha una certa età. Gli auguro di tirare il più a lungo possibile la carretta perché dopo di lui la situazione diventerà ingestibile: gli interessi in gioco sono tantissimi e sono convinto che quando Bernie andrà in pensione se ne vedranno delle belle».
La Rossa di oggi. «Arrivabene? È uno che è arrivato bene. Apprezzata la battuta?». Sì, ma allora chi salviamo? «Il migliore di tutti è il Pallido». Vuoi vedere che Arturo, a sorpresa, è un fan di Raikkonen, Bottas o Ericsson, gli slavati scandinavi del Circus? Invece si trattava della battuta-bis… «Hamilton, che chiamo con affetto Pallido, è un fenomeno. Può reggere il confronto con un Jackie Stewart o con un Lauda, a cui assomiglia per certi versi anche Vettel. Nico Rosberg è un calcolatore: tutto il contrario di suo papà Keke. Però prova ad andare a spiegare a un pilota di nuova generazione come guidavamo noi: appena vede la leva del cambio già individui un bel punto di domanda sulla sua faccia. Mettiamola così: io non riuscirei a sfruttare al meglio una monoposto da Formula 1 di oggi ma vale anche l’esatto contrario».
Lui e Lauda. Il miracolato Lauda non fu propriamente generoso: anni dopo il terrificante incidente in terra tedesca gli regalò un orologio, tra l’altro pare riciclato. «Non mi interessa la gratitudine, ma va rilevato che lo Stato austriaco e lo Stato italiano si sono sentiti in dovere di assegnarmi una medaglia d’argento al valore civile per il gesto che ho fatto…», si inorgoglisce Merzario, che a fine carriera (in Formula 1, beninteso…) fondò anche una scuderia che portava il suo nome e che non riuscì a emergere. «Un grave errore che mi ha creato qualche grattacapo finanziario – ammette –. Come sarebbe un grave errore perdere il Gran premio di Italia: sono molto preoccupato, la situazione economica mi fa paura, ma Monza rappresenta la storia».
E se lo dice lui che il circuito brianzolo lo conosce a menadito…
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