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«Sarò il vostro Conte per un super Cagliari»

di Roberto Muretto
«Sarò il vostro Conte per un super Cagliari»

L’allenatore dei rossoblù Massimo Rastelli a cuore aperto

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INVIATO AD ARITZO. Modi gentili, disponibilità. Ha sempre un sorriso per tutti Massimo Rastelli. L’allenatore del Cagliari si trasforma appena mette piede sul campo. I suoi ordini sono dati senza urlare ma in modo perentorio. Dà tanto ma pretende tanto dai giocatori. E’ un amico più che un condottiero, anche se quando ci sono da prendere delle decisioni lo fa senza fare sconti a nessuno.

Quando ha maturato la decisione di fare il tecnico?

«Ho capito alla fine della carriera da calciatore che la mia strada sarebbe stata questa. Logica conseguenza di tanti anni passati ad inseguire un pallone. Mi piace stare sul campo, se avessi potuto avrei giocato fino a cinquant’anni».

Quali le differenze tra stare in campo e in panchina?

«E’ tutto diverso. Ogni giorno fai una scoperta e ti metti alla prova. Io volevo capire se ero in grado di gestire uno spogliatoio. Le responsabilità sono diverse, anche perchè se sbagli sei il primo a pagare. Sono ambizioso e punto a traguardo prestigiosi. Non solo allenare in serie A ma anche club importanti».

Oltre che una professione il calcio è per lei...

«Soprattutto una passione. Lo sport ha valori importanti quali rispetto, educazione, regole. Ti consente di fare gruppo, di conoscere realtà tutte differenti tra loro, di condividere gioie e dolori. E’ un percorso di vita fondamentale».

Coltiva degli hobby?

«Il lavoro mi assorbe completamente e nel tempo libero mi piace stare in famiglia».

Da calciatore quante volte ha affrontato il Cagliari?

«Mi sembra di ricordare tre e non è mai andata bene. Solo un pari col Napoli, poi sconfitta col Piacenza e col Como. Spero di vincere da allenatore. Sono qui per questo».

Conosce la Sardegna?

«L’ho frequentata per 25 anni da turista. Sono stato in tanti villaggi ma per poco tempo, quindi finora è stata una conoscenza superficiale. Ora che vivo a Cagliari in modo costante, il primo impatto è stato positivo. Sono rimasto colpito dal rispetto e dall’educazione della gente. Qui c’è tantissima passione per la squadra ma i tifosi non sono invadenti».

Anche lei è uno che passa tante ore a guardare i video delle partite?

«Molte ore, lo confesso. Mi piace sapere tutto dell’avversario, studiare ogni dettaglio, individuare i punti deboli. Infatti guardo i video, li riguardo, li riguardo ancora. E ogni volta mi sembra di non averlo fatto mai abbastanza. Lo ammetto, da questo punto di vista sono un po’ maniacale».

Qualcuno ha detto che lei è un Conte in miniatura. Le fa piacere questo paragone?

«Mi piace essere me stesso. Vivo il calcio alla mia maniera, cioè in modo viscerale. In panchina non sto mai fermo e qualche volta accompagno quasi l’azione e rischio di uscire dall’area tecnica. Comunque essere paragonato al ct della nazionale è un bellissimo complimento».

Da calciatore, c’è un episodio che è rimasto nel suo cuore? Se sì, ce lo racconta?

«A dire la verità ne ho tanti. Diverse le partite che mi hanno regalato emozioni fortissime. Ma se proprio devo scegliere, alloro le dico che non dimenticherò mai il gol segnato al Napoli quando indossavo la maglia dell’Avellino, in un derby sentitissimo. A Napoli mi avevano trattato male, per me è stata una rivincita».

A proposito di Avellino, lo sa che il palaese Mario Piga è un idolo in Irpinia?

«Ho conosciuto lui e anche il gemello Marco. E’ successo l’anno che siamo stati promossi in B. Abbiamo festeggiato il centenario e loro sono stati invitati. Due persone squisite, di cui tutti mi hanno parlato molto bene. Ho capito che avevano lasciato un buon ricordo. Da quelle parti non è facile».

Se invece potesse cancellare un episodio della sua lunga carriera?

«Giocavo con la Juve Stabia, le cose andavano male. Dopo una sconfitta in casa i tifosi ci hanno costretto a toglierci la maglia, dicendosi che non eravamo degni di indossarla. E’ stata la più grande umiliazione che abbia mai subito e senza poter reagire, nonostante il mio istinto mi spingeva a farlo, ma ha prevalso il buonsenso. Nessuno di noi andava in campo per perdere, purtroppo girava tutto storto. Quelle immagini vorrei dimenticarle, anche se ogni tanto mi capita di pensarci e mi fa male».

Chiudiamo con una domanda tecnica: davvero non la spaventa il ruolo di favorito?

«Per nulla. Anzi, le dico che sarà uno stimolo in più per dimostrare sul campo quello che valiamo. Ho un gruppo di ragazzi intelligenti, hanno capito che la serie B è sacrificio e serve tanta umiltà».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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