Sconcerto per la sentenza della Torres: «Colpevole anche senza prove»
Le motivazioni del Collegio di Appello che ha condannato la società sassarese alimentano malumori e sospetti
SASSARI. In dubbio pro reo. La regola vale in tutto il mondo civilizzato (o quasi) e prevede che quando non ci sono prove certe è meglio assolvere un colpevole piuttosto che correre il rischio di condannare un innocente. Una norma di buon senso recepita dal codice penale ma tranquillamente ignorata dal Collegio di Appello della Ficg che ha ribaltato la sentenza di primo grado sulla presunta combine organizzata sulla gara di coppa Italia Pisa-Torres dello scorso anno. I giudici di secondo grado (Gerardo Mastrandrea, Pierluigi Ronzani, Daniele Cantini, Alessandro Zampone e il cagliaritano Carlo Porceddu) hanno condannato il club sassarese alla retrocessione in serie D chiudendo defitivamente le porte del mondo pallone al presidente rossoblù Domenico Capitani. Le motivazioni della sentenza sono state depositate ieri e sono, per molti versi, sconcertanti.
I magistrati sono costretti ad ammettere di non avere prove certe dell’illecito contestato alla società sassarese e allora partono da una considerazione che rimette in discussione le fondamenta stesse del diritto. «Occorre premettere – sostengono – che questa Corte ha raggiunto e consolidato un proprio standard di valutazione attestandosi su una posizione che, in tema di prove, non pretende l’accertamento assoluto della commissione dell’illecito nè il superamento di ogni ragionevole dubbio. Può quindi ritenersi sufficiente un grado inferiore di certezza ottenuta sulla base di indizi gravi, precisi e concordanti in modo da acquisire una ragionevole certezza in ordine alla commissione dell’illecito».
L’inquisizione? Dilettanti. E per chiarire meglio il concetto ecco un secondo passaggio che rafforza la convinzione di essere davanti a un autentico mostro giuridico. «Per ritenere la responsabilità da parte del soggetto incolpato di una violazione disciplinare sportiva non è necessaria la certezza assoluta della commissione dell’illecito, certezza che, peraltro, nella maggior parte dei casi sarebbe mera astrazione».
Partendo da queste premesse il collegio di appello demolisce le conclusioni dei giudici di primo grado che avevano di fatto assolto la Torres proprio per mancanza di riscontri sulla presunta combine. «A giudizio della corte – si legge nelle 13 pagine di motivazioni – non può essere condivisa la sostanziale derubricazione da illecito sportivo ad attività di scommesse» in quanto «il materiale probatorio in atti sorregge adeguatamente l’ipotesi della Procura Federale consentendo quindi di ritenere che le scommesse sull’esito della gara Pisa-Torres rappresentino solo un aspetto, un corollario, del ben più grave illecito sportivo realizzato dai deferiti». E in particolare da Domenico Capitani. «Risulta - scrivono ancora i giudici che, nell’organizzazione della combine e nelle ulteriori attività di scommesse, un ruolo di primario rilievo e di fattivo coinvolgimento venne svolto proprio da Domenico Capitani, presidente e legale rappresentante della società Sef Torres la quale, pertanto, deve risponderne a titolo di responsabilità diretta». Capitani, insomma, non avrebbe solo scommesso sull’esito della sfida di Coppa Italia ma sarebbe uno degli ideatori della combine.
Resta da capire come sia possibile determinare il risultato di una partita senza il coinvolgimento dei giocatori. E restano senza risposta mille altre domande che rendono sempre più sporca una vicenda che non sembra destinata a finire così. Il prossimo capitolo è il ricorso al collegio di garanzia del Coni che i legali della Torres stanno già mettendo a punto. (a.l.)
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