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L’ex capitano

«È inutile cercare colpevoli, ma perchè non avvertire i tifosi?»

«È inutile cercare colpevoli, ma perchè non avvertire i tifosi?»

SASSARI. «Sono stata dodici anni qui, non me ne sarei mai andata. Sassari e la Torres saranno per sempre una parte di me: sono orgogliosa di aver vestito quella maglia, di esserci stata, di aver...

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SASSARI. «Sono stata dodici anni qui, non me ne sarei mai andata. Sassari e la Torres saranno per sempre una parte di me: sono orgogliosa di aver vestito quella maglia, di esserci stata, di aver vinto con quei colori addosso. Che amarezza, non è una questione di soldi, non è solo una questione sportiva, è questione di rispetto. Nell'indifferenza è stata cancellata la storia del calcio sassarese, sardo e italiano». Betta Tona parla ancora da capitano della Torres femminile. Il suo presente è lontano dalla Sardegna e dalla sua gente, ma è ancora tutto da vivere sul rettangolo verde.

Rettangolo che tante volte l'ha vista protagonista in campo a difesa di colori che «chiunque arrivasse a Sassari indossava come una seconda pelle. La sentivamo nostra, la Torres. Se in questi anni abbiamo vinto tanto non è solo merito dei nomi, ma del gruppo della passione e del viscerale amore che ci legava alla nostra squadra».

Si capisce che l'addio di Tona a Sassari non è stato facile, ancor meno facile l'apprendere che la squadra, la sua squadra, non esiste più: «É incredibile. Le ultime stagioni sono state complicate e complesse, ci siamo spesso rimboccate le maniche, abbiamo stretto i denti, affrontato problemi e situazioni assurde, ma mai avrei pensato ad un epilogo del genere. Se siamo andate via è perché qualcosa non quadrava, non abbiamo avuto segnali positivi – spiega Betta Tona -. Già due anni fa chiedevano rispetto, lo avevamo urlato più volte pur continuando a svolgere il nostro lavoro, a vivere la nostra passione. La stagione scorsa è stato ugualmente difficile, molto, sotto tutti i punti di vista. Ma non si può ridurre tutto ad una mera questione di soldi. Ripeto, serviva più rispetto, quello per le giocatrici e soprattutto per una società che non doveva essere lasciata morire».

Parla con pacatezza, Betta, ma la delusione è forte e traspare ad ogni singola parola pronunciata, ogni volta che il ricordo torna a quel che è stato e oggi non è più.

Un nervo scoperto: «Non voglio puntare il dito su quello o quell'altro, non metto sulla bilancia l'una o l'altra responsabilità. Dico solo che le colpe sono gravi e vanno divise fra chi ha gestito la società negli ultimi anni – afferma l'ex centrale difensivo rossoblu -. Forse la Torres è stata prima ceduta e poi rilevata con troppa leggerezza. Era un patrimonio dal valore immenso per la città, l'Isola, lo sport in generale e l'Italia intera – prosegue -. Il prima e il dopo si fronteggiano e si fronteggeranno, intanto però la Torres è scomparsa. Oggi piangono in tanti, ma forse serviva agire prima, parlare prima, affrontare prima il problema. A bocce ferme, comunicato della Lega alla mano, tutto diventa vero, impossibile da accettare».

Vedere la luce in fondo al tunnel oggi è un'impresa anche per chi, a Sassari, ha dato il cuore e lasciato il cuore: «Sento che se si fosse agito per tempo qualcuno si sarebbe mosso per salvare la Torres. Ora per ripartire bisogna ricominciare da zero, chissà – chiude Betta Tona -. Me lo auguro, come mi auguro un giorno di tornare a Sassari, a dare una mano alla squadra. Sarebbe bello, ma per il momento provo solo tanta, troppa tristezza. Io sono sicura che se la città fosse stata messa al corrente che la bandiera rossoblù rischiava di essere ammainata si sarebbe mossa. Non so c’è ancora il tempo per fare qualcosa. Io continuo a sperare».

Giovanni Dessole

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