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«Sulle salite mi spinge la mia Sardegna»

di Mario Carta
«Sulle salite mi spinge la mia Sardegna»

Fabio Aru a tutto campo: «Ai giovani dico di studiare e di non mollare mai. Il mio futuro? Le Olimpiadi e le grandi classiche»

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INVIATO A VILLACIDRO. Il Cavaliere dei Quattro mori è arrivato sul suo destriero, la fiammante ipertecnologica bici Astana, e con il suo scudiero: l’amico Paolo Tiralongo.

Ieri a Villacidro, dove Fabio Aru è riuscito a tornare dopo aver pedalato e vinto in mezzo mondo, c’erano anche come ospiti il ds dell’Astana Giuseppe Martinelli, il preparatore atletico Umberto Iradelmi e il procuratore Alex Carera. La famiglia ciclistica del trionfatore della Vuelta, insieme alla famiglia vera con padre madre fratello e fidanzata Valentina in prima fila. E lui a tutto sorriso, orgoglioso della PedalAru che oggi mischierà amicizia sport e scopi sociali. Sereno, soprattutto, anche davanti a una platea di giornalisti che è diventata un’abitudine ma non in Sardegna. E tanto ha parlato ieri di Sardegna, Fabio Aru.

«E’ un grande piacere tornare, ci tenevo. Finalmente. Già da quattro anni facciamo una festa a Villacidro, che stavolta dopo il successo alla Vuelta sarà molto ma molto più grande. Spero che abbia un seguito a prescindere dai miei risultati, che sia sempre una felice giornata di sport».

E’ sempre legato alla sua terra, non manca di ribadirlo.

«Porto sempre con me i Quattro mori, anche stilizzati sul casco. L’idea è stata del mio compagno di squadra Dario Cataldo, al Giro, lo ha realizzato la Specialized e l’ho inaugurato alla Vuelta. L’anno prossimo lo migliorerò ma sarà una costante. Voglio sempre la bandiera sarda con me, l’ho sventolata anche alla Vuelta, che orgoglio, me lo hanno concesso anche se mi hanno fatto problemi. I Quattro mori li avrò sempre, sul casco o sulla bici. La mia terra mi dà una spinta in più. Sono sardo, e spero che i miei successi diano un input perché la Regione si mobiliti anche per questo sport, partendo dai giovani, da aiutare perché riescano a fare quel che ho fatto io».

Lei non ha avuto aiuti dalla Regione.

«Gli unici che mi hanno aiutato sono i miei genitori, la Palazzago e l’Astana. E nessun altro, sia ben chiaro».

La sua vita è cambiata, è tra i top 5 al mondo. Quando se ne è reso conto?

«Gli impegni da due anni a oggi, dal podio al Giro alla Vuelta sono cresciuti, si sono quintuplicati ma io mantengo un profilo basso e non mi faccio travolgere anche se andare come ospite a Chetempochefa da Fazio fa piacere, come fanno piacere i complimenti del presidente del Consiglio. Sono soddisfazioni, ma resto quello che sono sempre stato».

Come porta in sella il suo essere sardo?

«Mi ha aiutato la testardaggine, nelle difficoltà. In tv non si capisce quanto possa essere dura una salita, fai fatica veramente ma l’orgoglio ti spinge a non mollare, e ad arrivare. Anche decimo o dopo, ma avendo dato tutto. Poi, il prof di italiano mi dipinge come tenace, educato, riservato, lucido, timido? Bene: tenace al primo posto, insieme a educato. Ma devono essere gli altri a dirlo. Lucido? Sì, timido invece lo ero. E riservato... è vero».

A quale campione si è ispirato?

«Non ho mai nascosto di avere avuto Alberto Contador come modello. Nel 2013 alla Milano-Torino ci ho corso insieme e avevo quasi paura di sfiorarlo, altro che stargli a due metri. Poi l’ho conosciuto e lo confermo: è un grande campione. In Svizzera abita a pochi chilometri da me, che sto a Lugano, è disponibile e mi dà tanti consigli».

Come lei con Contador, ora tanti giovani sardi si ispirano a lei. Cosa ha da dirgli?

«Di non soffermarsi sul risultato, di andare sempre al massimo e di non mollare mai, anche se i risultati non arrivano subito. E poi, fare l’under 23 non è da sottovalutare, dà esperienza e aiuta a crescere».

Ha fatto una scelta, una scelta di vita.

«Mi sono diplomato, poi al bivio ho deciso. Il ciclismo fatto così è un lavoro. Ma a tutti i giovani dico: il diploma prima di tutto, non si corre solo con le gambe».

Non le pesa la responsabilità di essere Fabio Aru, un esempio nel ciclismo come nel calcio il Cagliari di Riva e nel basket la Dinamo di Sacchetti?

«La responsabilità è nello sport come nella vita, in qualsiasi campo. Io cerco e cercherò sempre di fare qualcosa per la mia terra. Ma nel ciclismo serve qualcosa di più, bisognerebbe riportare il Giro di Sardegna o il Giro d’Italia per dare il “la”, e puntare sui giovani senza guardare i risultati. Io non sono stato un grande vincente, in avvio di carriera».

Quando correva sulla Mbk.

«Quando mio padre si alzava all’alba per accompagnarmi alle gare e mia madre mi riprendeva. 8 maggio 2005, il mio esordio a Monte Mannu. Un bel calvario, ho bucato, sono arrivato non so quante ore dopo il primo. Avevo i pedali con l’aggancio, sarò caduto 5 o 6 volte. Ma poi ho imparato».

E ha fatto strada sulla strada.

«Me lo ha suggerito il ct della nazionale Mbk di Fausto Scotti, e poi un campione come Marco Aurelio Fontana e il presidente della Palazzago, Locatelli. E’ accaduto su una lunga salita in Abruzzo, durante un ritiro con la nazionale. E’ cambiato l’ambiente, è brutto dirlo ma dove ci sono soldi ci sono interessi. Ho sofferto per due anni e ho pianto più volte».

E adesso è uno dei nomi azzurri per le Olimpiadi di Rio.

«Ho parlato con il ct Cassani, avevo fatto una Vuelta dura e il percorso del mondiale non faceva per me. Poi ho parlato con chi ha fatto il preolimpico a Rio e con Vincenzo Nibali e Rio sarà molto, molto dura. Ci andrà chi in quel periodo sarà nelle condizioni migliori e io cercherò di esserlo. Se meriterò la maglia azzurra sarò ben felice di andare e di onorarla».

I programmi per la prossima stagione? Vinokourov la vede al Tour.

«Ne parleremo con la squadra in novembre, ma non sarò a Parigi per la presentazione del Tour. Mi godo un po’ di vacanza. Il Giro? Bel percorso, duro, e c’è la cronoscalata. Poi, non ho mai nascosto il mio desiderio di correre le classiche delle Ardenne. Voglio provarci, e far bene anche lì».

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