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Lomu passa l’ovale, addio a un mito

di Fabrizio Zupo
Lomu passa l’ovale, addio a un mito

Si è spento a soli 40 anni il campione neozelandese, leggenda del rugby

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ROMA. L’ultimo placcaggio non gliel’ha fatto Mike Catt. Magari. Quello l’avrebbe ancora evitato o calpestato come nella semifinale mondiale del 1995 a Città del Capo. L’avversario implacabile, ben più duro da affrontare, si chiama sindrome nefrosica e lo inseguiva da molto tempo, fiaccandolo un po’ alla volta. Finché ieri mattina, nella sua casa di Auckland, Jonah Lomu, 40 anni,star globale del rugby moderno, ha ceduto. In casa con la moglie Nadene, i figli Brayley, di sei anni, e Dhyreille, di cinque.

Auckland dov’era nato da genitori tongani nel quartiere degli immigrati, Mangere, quello di “Once were warriors” il film documento sui Maori delle banlieu per intendersi. Dove ancora bambino aveva visto uccidere un parente con un machete. Lì ora le cose sono migliorate: samoani, figiani e tongani di seconda e terza generazione si sono inseriti. Il rugby è ancora un ascensore sociale fortissimo e se non si gioca negli All Blacks c’è sempre la nazionale dei propri nonni. E i club che pagano bene, il rugby come professione.

Ma torniamo al 1995. Quando tutto è cambiato nel lasso di quelle sei settimane sudafricane. Prima: c’era il dilettantismo, l’apartheid che escludeva una superpotenza ovale, i talenti più forti lasciati emigrare in Italia, sorta di franchigia per evitare sa fuga verso il rugby a 13 professionistico. Durante e dopo: il trionfo politico sportivo di Mandela, il Sudafrica che si sgancia dalla guerra civile, l’annuncio dell’era Pro del rugby ad agosto, Murdoch che compra i diritti decennali e inventa il torneo delle tre potenze del Sud. Il rugby diventa il terzo evento mondiale dopo Olimpiadi e Calcio. E chi fa da testimonial di tutto questo? Jonah Lomu. Consacrato da quella semifinale, da quella meta a Catt che anche ieri ha dovuto ricordare «Sono passato alla storia nel modo sbagliato», a quella clip fra le più cliccate dove l’ala All Blacks, velocista da 10’8” sui cento su una carrozzeria da 120 chili alta 1,95 si liberò di Carling, spinse via Underwood e si trovò l’estremo inglese che provò a placcarlo, inciampò e paradossalmente rimise in equilibrio Lomu che segnò la meta. Un tripudio, pochi giorni dop lo show contro l’Irlanda e i quarti contro la Scozia con avversari aggrappati come zainetti alle spalle e Hastings trattato come Catt (che però pesava venti chili in meno). Dopo quella finale nulla fu come prima.

«Vorrei vivere fino a quando i miei figli avranno 21 anni quando io ne avrò 55 – aveva detto in agosto a Londra dove si apprestava a vivere da spettatore privilegiato tutto il recente mondiale – se succederà potrò dire di essere stato un uomo fortunato». Aveva provato a smarcarsi Lomu da quella malattia che gli aveva dimezzato la carriera da All Blacks, prima con la dialisi, poi con il trapianto di rene nel 2004 e il ritorno all’agonismo. Il rientro con la maglia del Cardiff Blues fu un evento per tutti, anche per l’Italia perché fu una partita di Champions contro Calvisano. Nel 2011 il rigetto del rene. Tutto da rifare. Fino alla scelta di provare un altro trapianto. Ma l’avversario più infido non ha aspettato la sua ultima haka.

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