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Dinamo, parla Sardara: «Anche nel 2015 non girava, poi invece...»

di Mario Carta
Stefano Sardara
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Stefano Sardara

Bilancio di metà campionato, il presidente biancoblù è ottimista: «Il gruppo è forte e presto renderà al meglio».  E ci ripensa sull'addio a giugno: «Ho bisogno di un progetto condiviso da tutto l’ambiente, ma chi non è d’accordo fa parte di un’esigua minoranza. Felice di proseguire»

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SASSARI. Presidente Stefano Sardara, la serie A è al giro di boa. Dopo l'All Star Game di domenica comincia il girone di ritorno. La sua Dinamo, invece, a che punto è?

«Ovviamente è ancora un cantiere aperto, come è stato anche negli anni passati in questo momento della stagione. Più che di costruzione in questi ultimi tre anni si deve parlare di rifondazione, e non potendo godere del beneficio che deriva dall’avere un... gruppo di continuità, è necessario tempo per trovare i giusti equilibri, la chimica e tutti gli elementi per una stagione positiva».

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Prende tempo, serve tempo. Ma è ottimista?

«E’ una domanda che mi fa sorridere, se guardo agli anni passati. Inevitabilmente si finisce sempre col guardare alla stagione migliore, all’anno scorso dunque, e a questo proposito faccio rilevare che in questo stesso periodo eravamo in questa stessa condizione, magari con una partita di differenza. Prima di vincere la Coppa Italia avevamo perso di 17 in casa in EuroCup. Questo non vuol dire che di colpo la zucca diventa carrozza e tutti vivranno felici e contenti, ma che viviamo esattamente quello che si vive ogni santo anno in una società che ha i nostri mezzi ed è vincolata alla qualità. Le somme si tirano solo alla fine, in questo momento parlare di stagione vincente o deficitaria è fuori luogo».

Arriva Tony Mitchell, è un segnale.

«So bene che la memoria dello sportivo è corta, però lo scorso anno il primo acquisto lo abbiamo fatto un mese dopo il via, Kadji per Todic, prima della Coppa Italia. Non stiamo parlando di tappeti vecchi o coperte lise, ma di professionisti che devono avere il tempo per dimostrare quello che possono fare. Anche quest'anno affrontare questo momento non è facile. E’ come comprare l’anguria dal fruttivendolo, solo dopo che la apri scopri se è zuccherina come la vorresti oppure no, e a volte bisogna accompagnarla con qualche altro cibo per renderla più piacevole».

Mitchell è un esterno, il suo arrivo accentuerà il gioco perimetrale che si pensava in avvio di stagione. Perché con Calvani non avete modificato la struttura della squadra, se non la filosofia complessiva?

«Non è così, Mitchell ha tante caratteristiche e noi non lo abbiamo scelto per tutte, ma per quelle che ci interessano. Può darci altri punti e sgravare Haynes e Logan, che – in particolare David –, vengono marcati sin dal parcheggio del palazzetto. Mitchell può darci molto, è versatile e ha più ruoli. Poi, la filosofia del nuovo ciclo resta la stessa di Calvani. Molto difensiva, e nelle varie opzioni userà sempre tre forti difensori. La filosofia di Calvani non verrà snaturata».

Ma arriverà un lungo vero? Un cinque?

«Sul mercato ci siamo sempre, costantemente, e interveniamo quando capiamo che sono necessarie delle soluzioni alternative. Senza fretta ma osserviamo tutto, e il tempo ci dirà. Poi, sì, potrebbe arrivare un cinque».

Non va via nessuno. Perché?

«Crediamo molto in questo gruppo, ha dimostrato di avere cultura del lavoro e del fare. Lo vediamo ogni giorno in allenamento. Non riusciamo sempre a tradurlo in partita ma le prove con Reggio e Pistoia dimostrano che si può. Non è neanche un discorso di spogliatoio, non ci sono teste calde di cui liberarsi. Sono bravissimi ragazzi, stanno bene insieme, non riescono ancora a esprimersi al top ma lo faranno».

Non è che nessuno vuole sobbarcarsi chi non gira?

«Ma no. Torno a prima. A settembre sembrava avessimo fatto un dream team per ripetere il triplete, ora non penso che sia un gruppo di disadattati. Quel che non mi piace è che venga preso di mira qualche giocatore. La partita più importante l’ambiente Dinamo la sta giocando fuori dal campo, la crescita della società va insieme a quella dell’ambiente. Bisogna saper gestire bene le vittorie ma anche le sconfitte, e ogni crisi è un’opportunità. Poi, non vuol dire che qualcuno insoddisfatto del minutaggio variato non possa chiedere di andar via. Ma il tanto bistrattato Petway non può essere diventato di colpo un brocco: ricordate che l’anno scorso ha giocato 18 minuti nella finalissima di Eurolega ».

Già, l’Europa. Anche quest’anno una delusione.

«E' un percorso lungo. Una dimensione europea non la compri con i giocatori ma matura insieme all’ambiente e alla società. Dobbiamo essere più bravi a costruire un percorso per il quale c’è bisogno di tempo, c’è bisogno di prendere sberle per maturare e crescere. Certo, ci piacerebbe prendere meno sberle ma per l’EuroCup sono fiducioso. Se in Ungheria non avessimo cominciato con il quinto quarto della partita di Milano....».

A proposito di Europa, le nuove norme sui contributi pubblici creano problemi?

«Fermi tutti. Su questo argomento c’è un falso storico difficile da scalzare. Noi non riceviamo contributi regionali da 3 anni e siamo al di fuori della legge comunitaria. Siamo un veicolo pubblicitario, ci siamo proposti e veniamo valutati alla pari di un canale televisivo. I risultati e il ritorno di immagine mi sembrano più che positivi, e la Regione nel promuoversi compra spazi da noi con un percorso ben stabilito e con verifiche periodiche. Se venissimo pagati per quel che valiamo e per quel che abbiamo fatto avremmo anche qualcosa in più ma la Regione per noi è molto di più di un semplice cliente, è istituzionale. Come il Banco di Sardegna».

Questione palazzetto. A che punto siete?

«E’ partito il primo step del progetto del Comune, con 4.5 milioni per un migliaio di posti in più. La commissione vigilanza sta lavorando e parallelamente lavoriamo all’idea della riqualificazione dell’intera area, ma è prematuro parlarne».

Insisterà con e su Facebook?

«Credo di essere l’unico presidente ad avere un profilo fb aperto. Lo uso solo per la Dinamo, perché credo profondamente che i rapporti di amicizia e personali debbano svilupparsi direttamente ma fb è una grande opportunità di contatto con i tifosi. Ne riconosco pro e contro, qualcuno lo utilizza come lavatoio ma il mal di pancia è di una minima parte. Mi interessano di più il confronto e le idee. E ne ho avute tante, dai tifosi».

Ma a giugno lascia o non lascia? E se lascia, come e a chi lascia?

«Il discorso è più ampio, non limitiamolo al lascio non lascio. Ho iniziato avendo la consapevolezza di un sentimento comune. Non avevo promesso titoli ma di salvare la Dinamo e la pallacanestro, e mi riconosco in un progetto nel quale tutti sappiamo cosa stiamo facendo, consapevoli delle difficoltà. Tengo alla mia famiglia e al mio lavoro, e ho una grande passione per un mondo del basket al quale sento di appartenere. Ma se cambiano i presupposti e la maggioranza dell’ambiente presenta e propone esigenze diverse e valuta il nostro lavoro solo come risultati, tipo se vinciamo bravi altrimenti...., bene, non riconosco più questo progetto. Non è questo il progetto della mia terra, una terra non ricca. Gli errori si fanno, ne abbiamo fatti mille e ne faremo altri duemila ma se cambia questo scenario non è che sono io a lasciare, è che non sono più la persona adatta. Ma onestamente nell’ultimo mese mi sono reso conto che i tifosi che non condividono la nostra linea sono una... grande esiguità. Se tutto resta così sono felice di proseguire».

Quindi non sarà lei il dopo-Capitani alla Torres?

«Ma no, credo che si debba fare una cosa sola e farla bene, già la mia giornata è complicata così. La Torres è un bene della città e le sono affezionato ma devo pensare alla Dinamo, e se dovessi lasciarla non sarebbe certamente per andare alla Torres».

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