Randle: senza sogni non si diventa star
L’ex campione Usa, “Uomo più interessante del baseball” secondo Rolling Stone, a Sassari per lo stage con la Yellow Team
SASSARI. Una simpatia contagiosa, un bambino tra i bambini, sempre pronto alla risata ma anche estremamente pignolo nell’insegnare ai giovanissimi allievi la posizione più corretta per battere, per correre verso la base, per lanciare. Ha 66 anni, Lenny Randle, ma ne dimostra molti, molti meno mentre corre da una parte all’altra sul prato ancora in formazione del “diamante” di Li Punti, dove la Yellow Team Sassari lo ha invitato per uno stage che ha coinvolto anche i Dolphins di Porto Torres. Ai baby atleti non tremano le gambe nel trovarsi davanti un personaggio del genere, negli anni ’80 star della Major League, il mitico campionato americano di baseball, dove ha giocato nelle più leggendarie squadre statunitesi. Il merito di questo giramondo del baseball è la sua capacità di adattarsi alle situazioni, di entrare in sintonia con chiunque parlando un italiano stranissimo, misto a slang americano e a espressioni in romanesco acquisite nella sua permanenza a Nettuno, da dove questo sport prese piede portato dai soldati Usa durante la guerra.
Randle ti spiazza con gli sguardi e le battute, è come se fosse sempre in gara, l’occhio pronto alla rubata, all’eliminazione al millesimo. Un personaggio unico, che indossando la sua maglia numero 11 dei Mets mischia ricordi e citazioni, Joe DiMaggio e Berlusconi, mentre ti mostra vecchi giornali e foto tirati fuori dalla borsa. «Mi hanno detto: vieni in Italia, qua sempre caldo, è come Miami Vice: sì, proprio...» scherza Lenny. Che definisce, il baseball, sport molto diverso dagli altri e poco intuitivo agli occhi degli europei “A thinking man’s game”, un gioco per l’uomo che pensa: «Tu vuoi rubare la base, ma il lanciatore non vuole che tu rubi la base, è come se gli volessi rubare dei soldi e te lo fa capire con lo sguardo. C’è molta psicologia. E come in altri sport personaggi come Kobe Bryant o il mio amico Bruno Conti, così anche nel baseball si deve apparire sempre duri, cattivi. Lo spirito deve essere grande. Se hai spirito piccolo, giochi piccolo».
Cosa ci fa uno come Randle in un campo di periferia: «Ti sembra strano? Mio padre e mio zio, il mio capo allenatore, ma anche Joe DiMaggio (un uomo unico, che qui conoscono non perché era un grandissimo giocatore, ma perché ha sposato Marilyn Monroe...) erano venuti in Italia per la guerra e mi dissero: vai, là c’è gente simpatica. Ed era vero».
Poi indica alcuni dei ragazzi che potenzialmente possono fare bene: «Guarda quello, è veramente forte, lui pensa davvero come uno yankee. Se tu pensi in grande, puoi diventare grande. Sei di Sassari, okay?, ma devi pensare come se fossi in Giappone, a New York. E andrai lì. Dream. Questa è la mentalità giusta». Randle mette al primo posto il divertimento nel fare sport e la cura dei fondamentali. Ma anche la velocità di esecuzione e di pensiero. Tutte cose – spiegano Antonio Filosa e Nick Pupo, suoi collaboratori negli stage – , che fanno la differenza rispetto alla scuola centrosud americana, più aggressiva, più portata ad arrivare presto ai risultati. «Ci vuole più tempo, ma solo così si creano giocatori veri» dicono. E assicurano: questo sport è davvero completo, ha tutto per appassionare e favorire una crescita psicofisica equilibrata».
La maggior parte degli italiani però non capiscono cosa succede in una partita di baseball, con tutte quelle pause, senza una rete o una retina: «Può sembrare noioso, ma se conosci le regole – dice Lenny – capisci quante cose stanno succedendo mentre tutto sembra fermo, il perché dello sguardo del pitcher, del corridore che vuole rubare, del coach che vorrebbe picchiarti perché se vai fuori dalle World series niente soldi. Questo è baseball. I più conoscono solo il fuoricampo. Ma tutto il resto, ve lo assicuro, è molto più interessante».
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