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Sport

Dario Sanna, da Sassari a una bidonville di Nairobi per insegnare il volley ai ragazzi di strada

di Antonello Palmas
Bambini del progetto "Volley in strada" a Nairobi
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Bambini del progetto "Volley in strada" a Nairobi

Il coach sassarese parla della sua esperienza con i bambini del Kenya, dove per conto del club Trentino cura il progetto “Facciamo muro contro la povertà” nel quartiere Dagoretti

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SASSARI. I bambini di strada di Nairobi hanno bisogno di tutto, ma c’è chi, come il Trentino volley e l’Amref, sono convinti che tra le necessità primarie di un giovanissimo di qualsiasi parte del mondo ci debbano essere per forza anche lo sport e la socializzazione. Così hanno affidato a Dario Sanna, allenatore sassarese, la gestione del progetto “Volley di strada”, ovvero il compito di insegnare sport nel quartiere più degradato della capitale kenyota, Dagoretti. A novembre il primo contatto per il progetto “Facciamo muro contro la povertà”, di recente è tornato dal secondo viaggio.

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Un’opera difficile che lui ha accolto con entusiasmo. «Credevo di riuscire a non essere emotivamente coinvolto – racconta – ma la mia seconda volta è stata estremamente toccante perché siamo entrati nella realtà di Nairobi, ho conosciuto bene i ragazzi interessati al progetto. E ho capito che i nostri problemi sono nulla rispetto a ragazzi, il cui unico pasto è il pranzo offerto dal progetto, che si vestono grazie all’Amref. Umanamente mi ha toccato molto, credevo di dovermi limitare all’aspetto puramente tecnico. Invece sono tornato con il cuore in frantumi».

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La realtà toccata con mano da Dario è paurosa: «Dagoretti è una baraccopoli di alcune centinaia di migliaia di abitanti, con alcune zone particolarmente difficili. I ragazzi sono dimenticati, emarginati. Parecchi sniffano colla, per distrarsi e non sentire la fame. Definirli poveri è riduttivo: non hanno proprio nulla, passano il giorno nelle discariche, e anche le ragazzine sono costrette a vivere in ambienti infarciti di violenza e degrado». Che senso ha occuparsi di sport in una situazione del genere? «Non portiamo solo bagher e palleggi, ma anche rispetto delle regole. Vogliamo che i ragazzi sentano loro il progetto e si allontanino dalle brutte abitudini, da ambienti malfamati. Ho nominato un tecnico che funge da coordinatore in mia assenza . In questi giorni di dovrebbe essere un incontro per avviare la costruzione di nuovi campi».

La risposta è stata eccezionale: «Sono capaci di allenarsi sotto il sole per ore e ore – spiega Sanna –, con un’alimentazione insufficiente, e non in palestra ma su campi in sterrato, come si poteva fare sui nostri campetti di calcio di periferia diversi decenni fa. Eppure l’entusiasmo mostrato da bambini e ragazzi è stato incredibile, per loro è un’occasione di riscatto, per distrarsi. Il campo è stato ricavato utilizzando una parte del campo di calcio, ma l’hanno presa bene, non è stato un trauma. E alle ragazze giocare a calcio nemmeno era permesso: per loro fare volley è ancora più importante. Non si tratta solo di giocare con una palla, è tanta roba».

Dario spera di tornare sempre con delle novità in valigia, dando e ricevendo entusiasmo: «Solo così il progetto resta dinamico. Non possiamo fare miracoli per le situazioni che non ci competono, ma solo offrire opportunità in più. Già tenerli lontani dal vizio, dal degrado, è importante. La colla ce l'hanno anche sui vestiti, il rischio è che la respirino mentre fanno sport e così vanno lavati in continuazione». Il Children Village di Amref a una certa ora chiude. E questi ragazzi tornano nella loro terribile realtà fatta di distese di baracche di legno e lamiera, fogne a cielo aperto. «Sapere che vivono così è terribile, anche perché l’ho visto di persona: i racconti non rendono l’idea. Io rispondo lavorando come se fossero atleti professionisti. Occorre grande motivazione, allegria, e mettersi tutto dietro le spalle».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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