Quei clic magici che da 46 anni raccontano i Gp
I primi scatti nel ’70, il rapporto con i piloti e con Enzo Ferrari «Una volta era tutto molto più autentico, oggi invece...»
di Mauro Corno
La F è evidentemente nel destino di Ercole Colombo. F di Francesco, suo padre, di Formula 1, il suo ambiente, di Ferrari, la sua squadra del cuore, e di Fotografia, l’arte che l’ha fatto conoscere in tutto il mondo. Monzese, classe 1944, dal 1970 racconta quello che succede nel Circus attraverso le sue immagini: da allora ha assistito a oltre 600 Gran premi, un’enormità.
Sono già 46 anni che scatta foto sui circuiti. Come ha iniziato?
«La passione me l’ha trasmessa papà. Abitando a due passi dal Parco di Monza era naturale che le sue bellezze fossero fin da subito fonte di ispirazione. E cosa c’è di più bello dell’autodromo incastonato nel verde del “Polmone” della Brianza e delle macchine che sfrecciano?»
I suoi primi ricordi quali sono?
«Uno affascinante: il colore argento delle Mercedes. Un altro tremendo: ero in pista il 10 settembre del 1961. Non avevo con me una macchina fotografica, ma reggevo una barella, come volontario. È l’anno della tragedia di von Trips, che perse la vita dopo essersi schiantato sulla folla con la sua Ferrari: insieme con lui morirono tredici spettatori».
Era ancora un ragazzino.
«Sì e la fotografia era ancora un hobby. Sono stato fortunato perché sono riuscito a trasformarlo in quello che considero il lavoro più bello del mondo. All’inizio è stata dura, perché le incognite erano tante, ma quando ho capito che avrei potuto mantenere la mia famiglia non mi sono più fermato».
E ha girato il mondo in lungo in largo.
«Ho visitato posti bellissimi, ho conosciuto tantissime persone, mi sono creato tanti amici. Non era come adesso».
Ci racconta quali sono le differenze della Formula 1 dei suoi inizi e quella di oggi?
«Sono abissali. Se volevi scattare una fotografia a un pilota fuori dall’abitacolo, glielo dicevi e tempo cinque minuti al massimo arrivava da te, con un bel sorriso. Uno molto simpatico, per esempio, era Clay Regazzoni. Scherzoso, brillante. E davvero molto fotogenico. Provi oggi a fermare un pilota a caso di oggi».
Un’autentica impresa, direi.
«Tranne rare eccezioni devi passare attraverso il suo agente, l’addetto stampa, il team manager, chi più ne ha più ne metta, e stare magari in attesa per un sacco di tempo. E loro, poi, non li capisco proprio: questi piloti hanno vent’anni, venticinque, dovrebbero pensare solamente a vivere allegramente e in maniera spensierata. Invece no: sono sempre seri, concentrati anche quando devono firmare un autografo. Capisco l’ambizione, ma quando hai parcheggiato la tua monoposto nel box, vatti a divertire, così come si faceva tanti anni fa: in pista nessuno cedeva di un millimetro, ma poi si andava al ristorante tutti insieme. Io con alcuni di loro sono andato anche in vacanza. Qualche nome? Villeneuve, Patrese, Giacomelli, Alboreto, Nannini, toscano dalla battuta sempre pronta, Brambilla».
Brambilla, brianzolo come lei: le ha regalato il casco del “miracolo” di Monza, ma la sua collezione, fantastica, ne conta addirittura 150.
«Quello di Vittorio è uno dei pezzi forti della raccolta: porta ancora i segni dello pneumatico che rimbalzò sulla testa del mio amico mandandolo all’ospedale in gravissime condizioni. In quell’incidente morì Ronnie Peterson».
Come ha cominciato a fare la collezione?
«Cominciai a raccogliere i caschi per caso grazie a un altro pilota scomparso molto giovane, Elio De Angelis. Eravamo a Rio de Janeiro, mi chiese cosa pensassi del copricapo che stava provando per la prima volta, gli risposi che mi piaceva di più quello vecchio, che mi sembrava più “aggressivo”. Era d’accordo e mi regalò il casco appena collaudato. Non ci potevo credere».
Un altro grande italiano che ha avuto modo di conoscere e frequentare è stato Enzo Ferrari.
«Il Drake era un mito. Geniale e dalla dialettica difficilmente contrastabile trasformava in uno show qualsiasi conferenza stampa. Mi lega a lui un bellissimo ricordo, legato al premio Dino Ferrari istituito per ricordare suo figlio, scomparso a soli 24 anni d’età. L’ingegnere me lo consegnò personalmente nel 1979 per una foto scattata al futuro campione del mondo Jody Scheckter a Monte Carlo, naturalmente al volante di una Rossa. Per me fu come vincere l’Oscar».
Una foto splendida, tra le tante: lo aveva capito subito?
«No, ma ci speravo. Una volta finché non andavi in camera oscura non potevi sapere se avevi svolto un lavoro normale, buono o, perché no, destinato a rimanere nel tempo. Potevi intuirlo, perché ti eri messo nella posizione più favorevole e ti rendevi conto di avere scattato nell’attimo giusto ma il momento topico arrivava sempre in differita. Ed era emozionantissimo. Ora invece vedi subito se lo scatto è valido o meno: si è perso un bel po’ di pathos».
Ci racconta di Ayrton Senna e della tragica Imola del 1994?
«Giornate irreali, con l’incidente di Barrichello prima, la morte di Ratzenberger al sabato e quella del brasiliano la domenica. Un autentico disastro, la trama sembrava scritta da Hitchcock, ma purtroppo non era un film. Quando ho iniziato questa attività ogni anno perdevano la vita due o tre piloti, poi la sicurezza è aumentata. E quello che successe fu talmente inaspettato da lasciare tutti sgomenti, perché da tempo non accadevano tragedie. Lavorare in quei giorni fu angosciante. Ayrton lo ricordo con affetto: un vero “animale” per quanto riguarda la velocità nel giro secco, supercampione e bravissima persona».
A Monza, nel 1992, Senna vinse uno dei suoi ultimi Gran premi. Quello del 2016 rischia di essere l’ultimo sul circuito brianzolo.
«Ero molto più preoccupato qualche mese fa, perché la linea di Ecclestone mi sembrava molto intransigente. Ma lo sa anche lui che certi circuiti non si possono togliere dal calendario, perché rappresentano la storia della Formula 1».
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