Rossetto, cipria e un pallone da rugby
Il segreto delle ragazze della Sassari, che hanno scelto di giocare con la palla ovale battendo anche molti pregiudizi
SASSARI. A Sassari, da quattro anni, la disciplina che fu del mitologico Jonah Lomu è – anche - roba da donne. Donne determinate, agguerrite, appassionate: Marilisa Cavinato, Ilaria Gaspa, Daniela Mastino, Natalia Moretti, Francesca Ogana, Eleonora Secchi, Barbara Solinas, Elizabeth Solinas, Genny Solinas. La Rugby Sassari è orgogliosa di avere un volto in rosa, un team composto da nove gladiatrici allenate da Massimiliano Corbani e Gianni Pais, che vestite del biancoblù delle divise e del fango dei campi da gioco si confrontano nella Coppa Italia femminile seniores - Regione Sardegna.
Come nasce l'idea?
«Tutto è partito vedendo giocare la maschile. La voglia di provare a fare ciò che facevano i ragazzi, cercando di scalfire quel luogo comune che aleggia sugli sport di contatto al femminile, ci ha convinto a buttarci in mischia».
Cosa porta una ragazza a scegliere questo sport?
«Il rugby è in primis uno stile di vita. Si è rugbisti e sportivi nell’animo, non per gender – spiegano -. Una ragazza dovrebbe scegliere di praticare uno sport come il nostro proprio per mettersi alla prova, non solo fisicamente ma anche mentalmente».
Primi approcci alla disciplina?
«A parte le fondatrici che già facevano parte di questo mondo, le altre sono state incuriosite dai racconti di amiche, sorelle e cognate che già giocavano. Purtroppo è uno sport che, specie al femminile, vive ancora di passaparola e non ha radici forti che portano un genitore a mandare le figlie a correre tra i pali. E’ un problema comune in un mondo che ai maschietti assegna un pallone da soccer e alle femminucce un ruolo nel volley».
I ricordi della prima volta spaziano dal freddo patito in campo al vento passando per la fatica, il caos e il primo cartellino giallo, senza dimenticare adrenalina, voglia di arrivare in meta e sicurezza di voler ripetere l’esperienza. Cosa si risponde a chi pensa che il rugby sia uno sport violento?
«E’ uno sport di contatto ma non violento. Nessuna di noi si allena e gioca per far male all'avversaria, lo scopo è proteggere la palla, fare meta e sostenere la compagna. È uno sport che andrebbe insegnato a scuola perché incarna ciò che affrontiamo nella vita quotidiana: se cadi devi rialzarti; devi creare la giusta fiducia con le compagne perché solo con il loro sostegno arrivi in meta; bisogna usare le doti fisiche, ma con la testa. Non è certo uno sport semplice, perché il contatto è preponderante e la preparazione fisica e mentale deve essere adeguata. Bisogna voler giocare a rugby per poterlo praticare».
Domanda da non fare mai a una rugbista: ma vi tirate anche i capelli?
«Siamo pur sempre uno sport di contatto con tanto di placcaggi e trattenute. Ci tiriamo i capelli? Possiamo vantare occhi neri, trattenute irregolari, morsi, pizzichi e cartellini gialli. Le scorrettezze fanno parte di qualsiasi sport».
Terzo tempo, e gli avversari.
«Qualsiasi terzo tempo, dalle giovanili al maschile arrivando a noi, è sempre condiviso con gli avversari: tutti riuniti intorno al tavolo a mangiare e bere insieme».
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