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Una festa scudetto lunga un anno

di Andrea Sini
Una festa scudetto lunga un anno

Quando la Dinamo è diventata leggenda: dodici mesi fa la storica vittoria del PalaBigi

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SASSARI. Quarantott’ore di cattivi pensieri prima di riuscire a ingranare, una volta per tutte, la marcia più alta a disposizione. Lo scudetto della Dinamo parte da lontano, tocca i picchi della Supercoppa a Sassari e della Final Eight di Desio e le discese ardite delle varie crisi depressive affrontate durante una stagione assai più turbolenta di quanto non si ricordi.

Ma è durante le quarantott’ore che hanno separato gara1 e gara2 dei quarti di finale playoff a Trento che la Dinamo ha deciso di voler vincere il titolo tricolore. “Deciso”, proprio così, perché la svolta vera è arrivata quando i bad boys biancoblù (Dyson, Sosa e Sanders) hanno definitivamente eletto Shane Lawal al ruolo di guida, di riferimento, se vogliamo di “capo tribù”. Su tutti gli altri, dal Meo Sacchetti agli italiani, passando per Logan, la Dinamo aveva già certezze assolute. La scintilla però è scattata dopo la brutta sconfitta nell’esordio playoff al PalaTrento. Proprio nelle ore in cui quasi tutti nell’ambiente si preparavano ad alzare bandiera bianca per un’eliminazione che pareva ormai inevitabile, è nata la Dinamo campione d’Italia.

Fatta fuori Trento in quattro partite, i biancoblù hanno poi offerto il meglio del loro repertorio contro Milano, in una serie chiusa con l’indimenticabile vittoria all’overtime in gara7 al Mediolanum Forum. Poi la serie finale contro la Grissin Bon Reggio Emilia, vissuta sul filo dei nervi e sul perfetto equilibrio determinato dal fattore campo. Due vittorie per la squadra di Menetti al PalaBigi, due per i sassaresi in piazzale Segni, ancora vantaggio reggiano prima dell’incredibile gara6 al PalaSerradimigni, con i tre overtime, i due match ball falliti da Cinciarini, la schiacciata di Logan su Silins, quella di Dyson su Polonara e tutto il resto.

E poi ancora quarantott’ore, sino alla partita senza repliche. Il 26 giugno 2015 il PalaBigi, il palazzetto meno adatto a un evento di questa portata, è in pieno overbooking. I tifosi di casa hanno portato scatoloni pieni di trombette tricolori e per i superstizioni è un segnale inequivocabile, simile alla coreografia dei tifosi milanesi prima di gara7: un enorme striscione verde-bianco-rosso.

Sulla superstizione hanno giocato un po’ tutti, in quelle quarantott’ore: la Dinamo, per esempio, ha abbandonato il solito hotel di Reggio, scegliendo di soggiornare nei pressi di Modena.

Ma quella sera a vincere non è stata la cabala, anche se i sassaresi nella loro storia non avevano mai sbancato il campo della Reggiana. A vincere è stata la forza di un gruppo che un mese prima, a Trento, aveva deciso che sarebbe arrivato sino in fondo. È stata la gestione partenalistica di Meo Sacchetti. Ed è stato anche il caso, quel pizzico di fortuna che determina il vincitore di uno scontro equilibrato sino allo sfinimento. E così la tripla della staffa di Polonara, a 3 minuti dalla fine, ha girato due volte sul ferro prima di venire sputata fuori dal canestro, mentre poco dopo dall’altra parte il tabellone si è ammorbidito per accogliere e indizzare verso il canestro il tiro scagliato da Dyson da centro area. Scampoli di storia, piccoli pizzichi di una polvere che quella notte è diventata oro.

Oggi tutti i sassaresi e mezza Sardegna ricordano esattamente dove si trovavano e cosa hanno provato nell’esatto momento in cui il tiro della disperazione del reggiano Drake Diener si è spento in braccio a David Logan. Da quarantott’ore all’infinito, il passo può essere più breve di quanto non si possa credere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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