Michele Fini: «Ecco il mio piccolo Chievo»
L’ex giocatore di Cagliari e Torres investe sui giovani insieme a Marco Asara: «Alla Cantera Sorso il divertimento è tutto»
SORSO. Parola d’ordine: giocare. Poi, certo, si gioca a pallone, ma sempre con un’idea fissa in testa: «Sul campo bisogna divertirsi. Tutti, a prescindere dalle qualità». Michele Fini guarda il nugolo di ragazzini che lotta sulla palla e sorride. Ha giocato in serie A da protagonista, e da allenatore ha già avuto un’esperienza importante, ma la sfida più stimolante è quella della scuola calcio. A casa, ovviamente, tra la sua gente.
Nome spagnolo che guarda agli esempi più importanti a livello internazionale, progetto e forze locali, localissime: la Cantera Sorso si prepara per la sua terza stagione di attività, ma la sfera non si ferma neppure d’estate. Fini, che nel 2014 ha dato vita a questo progetto insieme a Marco Asara, un altro ex professionista sorsese, in questi giorni è impegnato con i primi raduni. «Sono solo raduni, non stage – puntualizza l’ex giocatore di Cagliari, Torres, Ascoli, Avellino e Catania –. Stiamo promuovendo dei piccoli summer camp giornalieri, per permettere ai ragazzi di trascorrere un’intera giornata a divertirsi. Nella nostra idea di scuola calcio, gli stage vanno bene solo per le categorie più alte».
Nata come baby calciatori dai 6 ai 12 anni, in appena due stagioni la società romangina si è allargata completando di fatto il percorso del settore giovanile. E dal 2017 la Cantera Sorso parteciperà anche al campionato di Seconda categoria, chiudendo così il cerchio. Con tutta questa carne al fuoco, la società ha già chiesto all’amministrazione comunale di avere l’utilizzo esclusivo del glorioso stadio “Madau”, dove già si svolge parte dell’attività.
«Noi come tecnici e come dirigenti ci proponiamo nei confronti dei bambini in maniera assolutamente umile – aggiunge Fini –, perché sappiamo che anche noi dobbiamo imparare da loro. Sentiamo una grande responsabilità nei loro confronti e nei confronti del loro percorso di crescita come individui e per questo cerchiamo di sbagliare il meno possibile. Da noi non esistono i campioni, non esistono le illusioni e la competizione è funzionale al divertimento e a un approccio allo sport che sia il più leggero e sano possibile. Io, ma anche Marco Asara e Antonello Fiori, che è parte integrante del progetto, siamo cresciuti giocando a pallone in strada. Oggi questo non esiste più, ma vogliamo recuperare quel tipo di leggerezza, che è ben diversa dalla “leggerezza” che invece vedo in molte parti a livello educativo».
Un’idea che, sulla carta, viene fatta propria dalla totalità delle scuole calcio, ma che non sempre trova corrispondenza nei fatti. «Prima dicevo che da noi non esistono i campioni – dice ancora Fini –. Faccio un esempio: se partecipiamo a un torneo, tutti devono giocare. Vincere una coppa non vale niente se poi hai a bordo campo due bambini tristi e scontenti perché non hanno giocato, magari per dare spazio a due compagni più forti. Ecco, questo da noi non esiste».
Sorso è sempre stata una grande fucina di talenti, ma ormai da molti anni il calcio è in crisi. Si può ripartire da qui? «Noi ci proviamo, ma continuo a dire che il nostro obiettivo non è costruire campioni. I rapporti con il Sorso? Diciamo che ognuno va per la sua strada ma loro restano la storia del calcio in questa città e ci fa piacere se loro vanno bene. Noi ci sentiamo un po’ il Chievo di Sorso, con idee e programmi tutti nostri».
Come sta il calcio nell’isola? «Il Cagliari sta lavorando molto bene, l’Olbia idem. In generale, mi piacerebbe vedere un po’ più di organizzazione – conclude Fini –, meno progetti di un anno e più programmazione a medio e lungo termine. E sarebbe importante anche riportare a certi livelli la Torres, una società guida per il territorio. Ne trarrebbe giovamento tutto il movimento».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
