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Vanuzzo rilancia «La panchina può attendere»

di Andrea Sini
Vanuzzo rilancia «La panchina può attendere»

A 41 anni l’ex capitano del Banco resta in campo «Ora la sfida è essere utile a Udine in serie A2»

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SASSARI. Il futuro può attendere se il presente, fatto di canottiera e pantaloncini, è un abito in cui ti trovi benissimo. Anche a 41 anni. «La panchina può attendere», sorride Manuel Vanuzzo, mentre sorseggia un caffè nella terrazza immersa nel centro storico di Sassari. Le radici ormai sono in Sardegna, il cuore batte ancora forte per la Dinamo, ma al ruolo tecnico-dirigenziale nel club di cui è stato capitano per anni, per il momento ha preferito il campo. Da protagonista.

Capitan Vanuzzo, cosa farà da grande?

«Alla fine ho deciso di giocare ancora per un altro anno – dice l’ala veneziana, reduce da una stagione da protagonista con l’Apu Udine, culminata con la promozione in serie A2 –. In ballo c’era questa cosa della Dinamo ma anche l’offerta dei miei amici di Su Stentu, che ringrazio. Ma in Friuli sono stato benissimo, la contropartita economica è buona, il gruppo portante della promozione è rimasto e allora mi intrigava l’idea di giocarmela anche in A2».

Come ha fatto ad arrivare integro a 41 anni?

«Beh, negli ultimi anni Meo mi ha risparmiato parecchio... Battute a parte, è vero che col tempo in serie A sono diventato una sorta di specialista. Giocare con gente come Travis Diener ti allunga la carriera. E quando poi ti trovi in quintetto giocatori come Drake o Caleb Green, tutto diventa più semplice e tu puoi gestirti molto meglio».

Lei è arrivato a Sassari a 31 anni, nel 2006, ed è riuscito a costruirsi un altro decennio di carriera ai massimi livelli. Avrebbe mai pensato di restare sulla breccia così tanto?

«Forse no, ma gli anni della serie A sono stati più semplici. Quando abbiamo vinto la Legadue ho pensato di dovermi cercare squadra, non credevo di poter reggere fisicamente nella massima serie. Invece per fortuna è andata diversamente».

Passare dalle briciole dell’anno dello scudetto agli oltre 22 minuti di media di questa stagione è stato difficile?

«No, perché ovviamente il livello di atletismo non è quello della serie A e anche perché a Udine coach Lardo utilizza il centro in maniera diversa da Sacchetti. Diciamo che non ricordavo più come si giocava in post basso...».

Come ha visto, da lontano, l’utima stagione della Dinamo?

«È stata difficile, ma non certo un fallimento. Un campionato di transizione dopo avere vinto tutto ci può stare. Ho visto che ora sul mercato si sono mossi bene, puntando molto sul sicuro. Conosco bene il presidente Stefano Sardara e so che lui punta sempre in alto. Ma non dimentichiamo che Sassari non è Milano e competere con le forze economiche del nord è difficile: quindi l’obiettivo secondo me deve essere continuare a fare basket ad alti livelli, e farlo con entusiasmo».

I gradi di capitano che sono stati suoi per tanti anni sono passati a Jack Devecchi.

«Siamo arrivati insieme a Sassari ma lui era davvero un ragazzino. Ora è ancora un ragazzino ma ha alle spalle una vita in serie A: è incredibile. Anche lui a Sassari e alla Dinamo ha trovato la sua dimensione. È un giocatore fondamentale, che cambia da solo le partite con l’aggressività in difesa, ma che negli anni ha lavorato tantissimo sulla fase offensiva. Oggi è un giocatore indiscutibile. Come fai a non far giocare uno così?».

Chi è più bravo tra voi due come capitano?

«Sicuramente lui, perché io tutto sommato ho trovato sempre spogliatoi abbastanza tranquilli, mentre lui è partito subito con un anno un po’ complicato. Si è fatto gli anticorpi».

Lei come farà a 41 anni a stare dietro agli americani della serie A2?

«Sarà un problema. Ma se ho deciso di stare ancora in campo è perché mi piacciono le sfide».

@andreasini78

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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