Altafini e Sormani, brasiliani d’Italia
Storia di due oriundi del calcio tricolore che hanno giocato con Pelè, vestito l’azzurro e indossato la maglia del Milan
SASSARI. A Uta, in Sardegna, due signori distinti si abbracciano sul palco del festival letterario Sulla Terra Leggeri: sono Josè Altafini e Angelo Benedicto Sormani . Sono due oriundi brasiliani, due azzurri Italia, due ex giocatori del Milan e entrambi hanno giocato con Pelè.
Duettano i due attaccanti, ogni tanto scambiano il pallone con i giornalisti Nicola Muscas e Darwin Pastorin, senza mai smettere di esibirsi in fraseggi in puro stile sudamericano. Quando, parlando del Cagliari di Gigi Riva e dello scudetto del ’70, Pastorin definisce l’impresa sarda una simil Odissea non paragonabile alla storia del Leicester, i due monumenti del pallone annuiscono con convinzione. E se Altafini, in una partita di beneficenza giocata al Vanni Sanna di Sassari nei primi anni ’90, dava ancora spettacolo a dispetto dell’età avanzante, Sormani in piena, oscura e fugace era Gasparoni (serie C2 campionato 1995-’96) fu ad un passo dall’allenare la Torres: fece addirittura una conferenza stampa, ma non si sedette mai in panchina. «Tutto vero – dice il Pelè bianco –. La cosa non si concretizzò. Io ho allenato Napoli, Roma e Catania ma allenare i grandi ti fa arrabbiare, preferisco lavorare con i giovani, giocare con loro e insegnare il calcio».
Il rewind della pellicola, rigorosamente di celluloide, è d’obbligo. È il ’62, Mondiali di calcio in Cile, l’Italia la allenava Ferrari e, per regolamento, non c’erano le sostituzioni. In azzurro c’erano Altafini e Sormani. Palla ad Altafini: «La squadra titolare mangiava prima, gli altri dopo. Sormani va a pranzo, io non dovevo giocare, come me Sivori. Arrivano gli allenatori e io scherzosamente dico: oggi sono in grande forma. Sono andato a mangiare al suo posto, e ho giocato titolare. Abbiamo perso, lui invece nella terza partita è entrato e ha fatto gol. Io non gli ho mai chiesto scusa, lo faccio adesso». Mentre Josè Racconta, Sormani sorride e ad un certo punto esclama: «Sembra una barzelletta, ma è vera».
Sormani, in collaborazione con Martina Bonichi, ha scritto il libro “Io sono il pallone”. Altafini non perde l’occasione per creare il siparietto. Si passa da una citazione in musica «Vita intensa felicità a momenti e futuro incerto» alla massima «l’amore non può essere solo il lunedì», in riferimento al rapporto fra i calciatori e le loro donne. La voce di Josè nasce a Telemontecarlo e poi si evolve sino a conquistare i giochi Fifa alla playstation, le sue espressioni come “manuale del calcio” o “golasso” scatenavano ilarità, le sue battute a volte costringevano al ko tecnico da risata il telecronista: chiedere a Bruno Longhi in occasione del Mondiale ’82. Anche Sormani ha esperienza in tv, ma la sua poetica del pallone è differente. Dice che «il calcio era uno dei pochi giochi che avevamo. Abbiamo imparato, è diventata la nostra vita». Gli fa eco Altafini: «Il figlio del droghiere aveva un pallone: lo chiamavamo a giocare, gli facevamo battere i rigori, le punizioni, tutto pur di tenerlo con noi».
Entrambi hanno giocato con Pelé: «Tutti venivano a vedere il Santos della perla nera, ma poi notavano anche noi altri, come è capitato a me» spiega Sormani. Per Josè la partita della vita è «la finale vinta dal Milan contro il Benfica a Wembley», mentre Sormani sceglie «la vittoria dell’Intercontinentale: due gol miei e San Siro in piedi». Altafini racconta del suo addio al Napoli con la tifoseria partenopea a etichettarlo come “core ’ngrato” in seguito al suo passaggio alla Juventus. Sormani invece a casa sua ha 30 palloni, si è recentemente infortunato al ginocchio e lancia un messaggio chiaro e ficcante: «Il calcio è una cosa meravigliosa, ma non va preso come un ufficio di collocamento per ragazzi. Importante è divertirsi, se poi nasce l’opportunità bene, ne saremo tutti felici».
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