La “torcida” oristanese applaude il suo campione
Nell’aula magna del liceo scientifico parenti, amici e vecchi compagni di squadra Hanno vissuto assieme le fasi della gara sognando il bronzo che non è arrivato
ORISTANO. Ci sarebbero volute ali e non remi in quei cinquecento metri finali, quando i muscoli hanno tirato fuori anche l’energia che più non avevano per tentare di mettere la prua italiana davanti a quella francese. O forse sarebbero serviti altri metri per provare a recuperare. Invece, il traguardo era lì e, quando la schiena di Stefano Oppo l’ha passato, quella dell’uomo di prua dell’armo francese era qualche centimetro più in là.
Quei famosi centimetri da film. Quei centimetri da “Ogni maledetta domenica”, in un giovedì brasiliano, vogliono dire che si torna a casa senza la medaglia alla quale, il giorno della partenza da Oristano, in pochissimi speravano. Poi sono arrivate la batteria e la semifinale chiuse al primo posto per cambiare gli orizzonti e le prospettive. Quella del Lagoa Rodrigo de Freitas di Rio de Janeiro, per un pomeriggio, si è allungata sino all’aula magna del liceo scientifico Mariano IV, diventata la succursale della “torcida azzurra”. È da lì che, trattenendo a stento le lacrime, si è levato l’applauso anche quando quel preziosissimo bronzo è diventato legno che non ha un bel suono.
La chiamano proprio «di legno» la medaglia che sa di beffa, il piazzamento di quelli che erano a un passo dall’iscrivere il proprio nome nel libro degli eroi sportivi – sportivi, è bene non dimenticarlo – di Olimpia e che invece si sono voltati a guardare altri salire sul podio. E in fondo è dispiaciuto a tutti, ma è stato un attimo perché poi le oltre duecento persone dell’aula magna si sono ricordate che il canottiere oristanese aveva compiuto qualche cosa di gigantesco.
Rieccolo allora l’applauso irrompere forte come quando l’imbarcazione azzurra era ancora terza e l’impossibile sembrava diventar vero. Sembrava carbonio che si trasforma in bronzo. Ed è in mezzo a quella delusione, che babbo Luigi e mamma Adriana hanno ricordato quanto sia lontana Rio de Janeiro e cosa sia un’Olimpiade. Adriana Fanari ha quasi fatto violenza a se stessa, sinora aveva guardato le gare in assoluta solitudine, ma poi ha voluto essere con gli altri a tifare: «Era giusto condividere questo momento con tutti. Per me è come se avesse vinto la medaglia, il calore di tutte queste persone è stato tantissimo e dà a Stefano altra forza per continuare in questa avventura meravigliosa». Cosa che il suo ragazzo farà certamente perché, a fine agosto a Rotterdam, ci sono i mondiali under 23, categoria a cui il canottiere oristanese (22 anni da festeggiare il prossimo mese) ancora appartiene.
E infatti il babbo Luigi volge lo sguardo già verso l’Olanda: «La finale era l’obiettivo massimo, poi quando sei lì speri che possa andare ancora meglio. Teniamo conto del livello elevatissimo di questa finale e dei progressi che hanno fatto rispetto a un mese fa i ragazzi. Adesso aspettiamo Stefano a casa, poi ripartirà per allenarsi e noi saremo di nuovo in prima fila a fare il tifo ai mondiali di Rotterdam».
È il bello dello sport: finita una gara, ne inizia un’altra e non c’è tempo per guardarsi alle spalle. C’è un altro traguardo verso il quale puntare la prua.
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