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Stefano Porcu, unico tecnico sardo a Rio

di Fabio Fresu
Stefano Porcu, unico tecnico sardo a Rio

Il cagliaritano è il Dt del settore paracanoa: «Un’avventura iniziata nel 2012. È stata dura, ma il sostegno non è mancato»

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SASSARI. Partecipare alle Paralimpiadi, dal 7 settembre a Rio de Janeiro, è un onore riservato a pochi. In Brasile per esempio saranno solo cinque gli atleti sardi che vestiranno l’azzurro. I tecnici? Solo uno, probabilmente il primo. Si tratta di Stefano Porcu, 48 anni, cagliaritano, direttore tecnico del settore paracanoa, disciplina presente per la prima volta all’appuntamento a cinque cerchi.

Dopo aver iniziato a pagaiare a 12 anni nel Cus Cagliari, con ottimi risultati sportivi, Porcu è diventato fisioterapista, e per lui è stato naturale, dopo varie esperienze maturate in altri ambiti, tornare là dove tutto era cominciato. Così nel 2012 è stato il suo mentore degli inizi, Andrea Argiolas, attuale vicepresidente nazionale della federazione canoa, a volerlo come direttore tecnico per creare la prima squadra italiana per Rio. Obiettivo centrato.

«Siamo partiti con 6 atleti – ricorda Porcu – che nel corso di un anno sono diventati 15, fra i quali nel 2014 ho identificato i 3 che poi si sono qualificati».

È stato un percorso senza ostacoli?

«Non sempre. A volte la politica sportiva porta a considerare le persone inserite nella propria società non come uomini, ma come una proprietà personale. Io ho detto subito agli atleti che chi lavorava con noi lo doveva fare con l’idea di rappresentare la nazione, ed alla fine è rimasto solo chi ha sposato questo progetto».

Chi l’ha avversato, e chi invece l’ha sostenuto?

«Diversi dirigenti nazionali, esponenti del nord Italia, non hanno visto bene la nomina di un tecnico sardo. Ma ho avuto carta bianca e il massimo sostegno dal presidente nazionale Luciano Bonfigli, e sono andato avanti per la mia strada. Poi devo ringraziare il mio datore di lavoro Giorgio Corona, che mi ha permesso di assentarmi per dieci giorni al mese, e ci ha regalato un’apparecchiatura professionale per curare le infiammazioni ai tendini da 30 mila euro. Senza ovviamente dimenticare mia moglie e i miei figli, che, oltre che affiancarmi dal punto di vista professionale, mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato».

C’è differenza nel lavorare con normodotato o disabili? «No, in canoa una persona torna normale, non deve usare cambi speciali al volante o altro. E questo la rende libera. Bisogna farle prendere coscienza del fatto che la sua è una diversità, come essere alti o bassi, biondi o bruni. Fattori che non compromettono la vita, ma creano solo percorsi differenti. Poi si lavora per sviluppare le sue potenzialità. Ho atleti che vanno più veloci dei normodotati, per questo per me il concetto di disabilità è almeno discutibile».

Fabio Fresu

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