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«Devo (quasi) tutto alla Dinamo»

di Roberto Sanna
«Devo (quasi) tutto alla Dinamo»

Federico Pasquini racconta la sua vita in panchina: «Un amore precoce e ancora vivissimo»

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SASSARI. La panchina nel destino. C'è chi allenatore nasce, chi invece lo diventa e Federico Pasquini, coach della Dinamo, indubbiamente appartiene alla prima categoria: ha cominciato a 17 anni e mezzo, interrompendo subito la sua esperienza da atleta; a 26, prima ancora di riuscire a capire se la laurea in Scienze politiche appena presa avrebbe potuto essergli in qualche modo utile, era professionista. Il basket lo aveva folgorato a 12 anni, grazie a un vicino di casa: «Mi invitò a vedere Ferrara-Rimini. Finì 99-100, per i tifosi un mezzo dramma, per me l'inizio di una passione - racconta -. Per colpa del basket ho dato la prima grande delusione a mio padre, che invece era fissato col calcio e mi portava sempre a vedere la Spal. Lui ha continuato a giocare nei tornei amatoriali, io ho subito cambiato strada».

La svolta. A nemmeno 18 anni la svolta: «Avevo già la fissa di statistiche e roster, ho smesso subito di giocare. Un mio insegnante, che giocava in B1 e allenava in Serie D, mi ha chiesto di fargli il vice. Nel giro di pochi mesi mi sono ritrovato ad allenare le giovanili, compresi i miei ex compagni di squadra. Ho cominciato a seguire tutti i corsi insieme a un gruppo di allenatori emiliani tra i quali Demis Cavina, del quale sono diventato amico e che quando fu promosso in A2 con Castelmaggiore mi chiamò a fargli da vice. Un'esperienza che si è rivelata molto formativa per quello che è stata la mia carriera, perché era una piccola società alle prese con una nuova dimensione e il nostro lavoro aveva parecchi risvolti organizzativi. Nel frattempo avevo completato l'università: i miei genitori mi chiedevano solo quello, in compenso il basket mi dava già una certa indipendenza economica quindi non avevo problemi a casa. Avevo scelto Scienze politiche perché ero affascinato dalla sociologia, dallo studio dei rapporti interpersonali, anche se quello che più mi piaceva era il fatto di non avere l'obbligo di frequenza…».

Diventare grandi. La prima volta lontano da casa è a Capo d'Orlando in B1: «Due anni e mezzo decisivi per la mia formazione, sono arrivato ragazzo e andato via uomo. Ho vissuto esperienze importanti, lavorato con grandi coach come Marcelletti, e subìto lo choc dell'esonero. Mi sono reso conto delle difficoltà di dover prendere decisioni in prima persona e non è semplice. L'esonero è stato duro, a trent'anni ti senti padrone del mondo. Il lato positivo è che certe cose ti aiutano a crescere, sono diventato più sveglio e costruttivo. Poi ho fatto un'esperienza decisiva a Castelfiorentino, con una squadra che mescolava veterani e giovani con un futuro ad alti livelli».

Il sogno Fortitudo e l'incubo Napoli. «Sono sempre stato fortitudino, mi vengono i brividi solo quando entro nel parcheggio del PalaDozza, quella chiamata è stata un sogno. Grande avventura, sono stato il vice di Mazzon, Sakota, che è ancora il mio punto di riferimento, e Pancotto, ho allenato giocatori come Fucka, Huertas, Torres. Purtroppo quando Sacrati ha cominciato ad avere problemi economici ci siamo disgregati. A Napoli, col progetto Papalia, dopo tre partite mi sono trovato la squadra in mano. Avevo giocatori molto forti, a metà stagione svoltammo molto bene e sono convinto che avremmo potuto chiudere ben oltre il cinquanta per cento di vittorie. Invece franò tutto, mi trovai ad allenare i bambini di Rieti e passai per quello che teneva in piedi la farsa, un marchio d'infamia. Ma non era così, mi limitavo ad andare alle partite per senso di responsabilità, perché era l'unico modo per tenere accesa la fiammella, sperare che qualcosa cambiasse. Mi è costato caro, ero sul marciapiede quando mi è arrivata la chiamata di Stefano Sardara».

La mia Dinamo. «Nel marzo del 2011 è cambiato tutto. Prima la Robur in panchina, poi la Dinamo come general manager. E dalla scorsa stagione di nuovo in panchina. Una scelta, quella di prendere il posto di Calvani, che ho fatto perché sentivo di dovermi prendere delle responsabilità in prima persona nei confronti di Stefano e della città. Non l'avrei fatto per nessun altro. Quest'anno è diverso, ho un doppio ruolo e ho accettato quando ho percepito la positività che Sardara aveva nei miei confronti, mi ha detto che dovevo fare solo quello che avevo fatto altre volte. Con la differenza che qui la macchina è strutturata e avviata. La scorsa stagione dovevo lavorare solo sui cervelli, oggi devo gettare le basi e mi intriga parecchio. Così come il confronto, tra preseason, campionato e coppe, con grandi allenatori. Devo dare un'identità alla squadra e parto sempre dalla difesa, in attacco i giocatori vogliono soprattuttodelle tracce per sviluppare il loro talento».

Il mio basket. «Sono nato con la scuola bolognese: rigidità, disciplina e lavoro. Ho imparato qualcosa da tutti gli allenatori coi quali ho lavorato, anche gli anni da gm mi sono serviti. Grazie alle coppe europee ho visto all'opera da vicino i più grandi coach e ammorbidito le mie convinzioni. Oggi i giocatori vogliono chiarezza, sapere quale sarà il loro ruolo, non puoi raccontargli la favoletta. Da parte mia chiedo il massimo rispetto in allenamento e io rispetto loro fuori dal campo senza aggiungere tensioni. Bisogna capire come vogliono vivere. Per esempio Carter e Stipcevic parlano tanto di basket anche fuori dal campo, Dyson, invece, un secondo dopo la fine dell'allenamento stava già parlando di donne».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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