Cossu, Ragatzu & Co l’Olbia come una famiglia
Dietro la grande rimonta contro la Giana la forza di una squadra unitissima Il bacio d’affetto del capitano al compagno che aveva sbagliato il calcio di rigore
OLBIA. Come analizzare una partita di calcio in cui una squadra, in questo caso l’Olbia, va sotto di due gol nel primo tempo, comincia la ripresa sbagliando un rigore e negli ultimi 25 minuti riesce a ribaltare il risultando portando a casa la vittoria? Con la tattica? Con la psicologia? Come una manifestazione di semplice fortuna?
Può esserci una combinazione dei tre fattori, un mix in cui è difficile distinguere che cosa abbia avuto un peso determinante per l’esito finale. L’allenatore dei bianchi Michele Mignani e i suoi giocatori il successo l’hanno interpretato così: come l’espressione della forza del gruppo. È questo spesso un modo di dire, in tutti gli sport. Un concetto usato più per cementare la coesione futura delle squadre che per spiegare l’appena passato trionfo.
Ma nel caso dell’Olbia vincente domenica al Nespoli per 3-2 contro la Giana Erminio, c’è un’eccezione: il gruppo c’è, è forte, e c’è anche un’immagine che parla più di mille parole. È quella scattata al termine della partita, sotto la curva mare, quella degli ultrà. Da sinistra a destra, abbracciati, camminano Ragatzu, Cossu e Piredda. Tre giocatori ex Cagliari, tre giocatori di Cagliari, tre amici fuori dal campo. Cossu - il più forte di loro (e forse dell’intero girone A della serie C), il più grande anagraficamente - non solo abbraccia Ragatzu, ma lo bacia. Un bellissimo gesto d’amicizia, d’affetto, di stima, di incoraggiamento. Come i tifosi dell’Olbia ormai sanno bene, Ragatzu è reduce da un periodo calcisticamente sfortunato: superato un infortunio, ne ha avuto un altro; recuperato da quest’ultimo malanno, ha avuto l’influenza; e dunque non ha mai potuto allenarsi come avrebbe voluto, come avrebbe dovuto per essere quello che tutti, dall’allenatore ai compagni, si aspettano: decisivo per l’Olbia, là davanti.
Un periodo nero che proprio domenica si è arricchito di un altro capitolo al confine tra libro Cuore e pessimismo leopardiano. Già sotto di due gol, al 16’ del secondo tempo l’Olbia ottiene un calcio di rigore. Il rigorista è Cossu, il secondo Alessandro Capello. Ragatzu chiede di batterlo. Dice ai compagni: “mi serve per sbloccarmi” (non ha ancora segnato), per prendere fiducia. Cossu, che per Ragatzu stravede, dice “ok”: il modo migliore per aiutare un amico, più che un compagno. Capello, anche. Ragatzu calcia, e sbaglia. Sportivamente, un dramma. Per l’Olbia, che in quel momento avrebbe potuto riaprire la partita. Per Ragatzu, che spreca malamente l’occasione che tanto aspettava, che tanto desiderava in queste settimane di delusione e preoccupazione. Peggio di così, impossibile.
Ebbene, per tornare al gruppo, questa forza che l’Olbia possiede, se una prova della sua esistenza doveva arrivare è arrivata proprio in quel momento. Nessuno compagno ha fatto pesare, almeno non platealmente, non ferocemente, l’errore a Ragatzu. E lui, invece di abbattersi, ha trovato in sé e nella comprensione dei suoi compagni la forza per riscattarsi subito. Otto minuti dopo l’erroraccio, ha fornito a Geroni l’assist per il primo gol dell’Olbia; diciotto minuti dopo, ha dato il pallone che Piredda, con una magistrale esecuzione, ha mandato in fondo al sacco per il gol del 2-2 per l’Olbia. Una reazione da grande campione, dentro una squadra che - anche per merito di Mignani, abile nell’intervallo a cambiare modulo, passando dal 4-3-1-2 al 4-3-3, e a far variare umore, senza urlare, ai suoi giocatori - che ha dimostrato di essere unita, coesa, solidale, specie quando gioca fra le rassicuranti mura amiche. Una squadra in cui la fratellanza cagliaritana ha un suo peso, e in cui l’affetto di Cossu per Ragatzu, il calore del campione affermato per quello che vuole esserlo, è la testimonianza che l’Olbia è una famiglia, prima ancora che una squadra di calcio.
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