Martina, il “maschiaccio” che vuole allenare in Nba
Martina Mannu, classe 1993, di Usini, frequenta a Sassari il corso di laurea in Biotecnologie e adora la pallacanestro
USINI. “...la cosa eccezionale, dammi retta, è l'essere normale” cantava Lucio Dalla. La normalità che diventa speciale. Usini, provincia sassarese. Martina Mannu, classe 1993, è un’azuniana che frequenta a Sassari il corso di laurea in Biotecnologie. Poi la vedi sul campo da basket, con la canotta di Iverson, a provare e riprovare finta, arresto e tiro: istantanee postate e ripostate sui suoi profili social, termometro di una passione eccezionale. Passione sportiva che in un periodo di crisi – soprattutto del movimento cestistico femminile – è quasi uno sport (gratuito) regalato alla palla a spicchi, in rosa e non. Martina fa la chioccia alle ragazzine di Nulvi ed è ufficiale di tavolo nelle gare “vere”.
Estro da playmaker, ha appena preso la patente (di guida) ed è diventata – in seguito all’apposito corso – allieva allenatrice. Mentre parla citazioni cestistiche, statistiche e valutazioni da scout scorrono fluide in un vorticoso mix che fonde Tranquillo, Buffa e Peterson in pochi centimetri d'altezza capeggiati da un cervello finissimo. «Sono sempre stata un maschiaccio. Speravo di riuscire a convincere mia madre a iscrivermi alla scuola calcio: un padre non contesterebbe mai una scelta del genere, ma una madre... – ride –. Poi, grazie all'intercessione delle madri di alcuni compagni di classe delle elementari mi ha portato lei a provare la pallacanestro. A sette anni ho toccato il primo pallone, nel centro che sarebbe poi diventato la Monterosello Basket».
Il primo canestro?
«Non lo ricordo, ma il primo palleggio si: è stato come quando Harry Potter chiama a sé la sua scopa, amore al primo rimbalzo. Un canestro però lo ricordo, un semplice terzo tempo di sinistro fatto in partita: esultai facendo l’aeroplano alla Montella e rimasi per tutto il resto del match in panchina».
L'allenatore che ha lasciato il segno?
«Paolo Merella, devo tantissimo a lui e alla sua famiglia, alle sue sgridate e pallonate “a fianchi”, a quando mi diceva di smettere di guardare le partite della 'Nba. Lo sento ancora oggi nelle orecchie – sorride Martina -. Grande anche coach Davide Pischedda, punto di riferimento negli anni delle giovanili».
Studio, vita e sport: come si conciliano?
«Ah perché è possibile? Non lo sapevo. Scherzi a parte, per avere un minimo di equilibrio e mantenere una certa stabilità mentale occorre fare delle rinunce. Anche se non è mai bello».
Le Pazze Pazze Nulvi, protagonista di una favola cestistica tutta sarda?
«Nulvi è stato il mio anno zero. Volevo mettermi alla prova. Amicizia e rapporti veri, un ambiente basato sulla fiducia e sulla meritocrazia. E poi finisce che ti ingaggiano come istruttrice di minibasket. Ho lavorato tantissimo, sto raccogliendo ciò che ho seminato ed è bellissimo».
L'Nba?
«Comprai le mie prime vere scarpe da basket, c’era l’autografo di un certo Vince Carter sulla linguetta, pensai che era il caso di approfondire. Il mio idolo indiscusso è Allen Iverson, ma la mia squadra sono i Chicago Bulls, chiedere il perché al loro storico numero 23».
Se fossi un allenatore? E se fossi un giocatore?
«Non Jakcson o Popovich, vorrei essere invece Brad Stevens, allenatore dei Boston Celtics. In tre anni in Nba ha tirato su una squadra eccellente. Fronte giocatore, chi mi rappresenta maggiormente è invece Russell Westbrook: la mentalità, la voglia, la grinta, la rabbia. In generale però direi sempre Allen Iverson: il cuore, è arrivato alle Finals contro i Los Angeles Lakers trascinandosi dietro 11 cadaveri».
Cosa scegli: Nba, Eurolega o Lega A?
«Nba, anche se da allieva allenatrice dovrei avere una visione più oggettiva ed è giunto il momento di capire come funziona veramente il gioco. Se si vuole imparare la tattica invece penso che l’Eurolega sia il top».
Il sassarese più forte del basket?
«Ho avuto l’onore di allenarmi con Stefania Cossu. Avevo dodici anni quando venne a giocare in serie C alla Monte Rosello, è stata un’ottima insegnate sia a livello sportivo che di atteggiamento».
Dove sarà Martina Mannu fra 10 anni?
«Mi voglio bene, punto in alto e mi vedo ai vertici del movimento maschile o femminile. La pallacanestro è la passione della mia vita, in realtà spero di non viverla mai come un lavoro».
G.D.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
