La Nuova Sardegna

Sport

«Non posso arrendermi: tornerò in Sudamerica»

di Antonello Palmas
«Non posso arrendermi: tornerò in Sudamerica»

Luca Manca racconta la delusione e i segreti della corsa più dura al mondo

4 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Alla fine la piccola frattura alla costola c’era per davvero, è stata scoperta solo con gli accertamenti diagnostici di ieri a Sassari che hanno confermato la presenza della polmonite in via di guarigione dopo il bombardamento di antibiotici. Fa male, certo, ma mai quanto l’idea di non aver portato a termine la Dakar della sua rivincita personale dopo l’incidente che 7 anni fa fece temere per la sua vita e lo tenne in ospedale per mesi, in bilico. Il centauro sassarese Luca Manca ora è a casa e si sta rimettendo in sesto grazie all’affetto della famiglia e degli amici, ma il suo pensiero va sempre quelle strade polverose che avrebbe voluto correre sino in fondo, se una banale caduta non gli avesse consigliato di farsi visitare scoprendo l’infezione al polmone. «Colpa forse di un virus contratto in aereo, ma senza mai avere febbre o raffreddore. – spiega –. No, non avrei potuto continuare in quelle condizioni. Dal secondo giorno di gara non respiravo bene, avevo “fame d’aria”; ogni medico mi dava un’interpretazione diversa, sembrava legato all’altitudine di alcune tappe. Ma ormai era fatta e più si andava avanti più ero ottimista, non pensavo finisse così».

Rabbia, delusione, soddisfazione per esserci ritornato: che sentimento prevale?

«Sono deluso, tanti credevano in me e mi hanno sostenuto e dato una mano: amici, imprenditori, la Coldiretti».

Senti di aver compiuto la missione almeno in parte?

«No, ho fallito. Ed è un peccato, mancavano solo 2 giorni. Era alle spalle la fase più dura, quella della tappe da 18 ore in sella e arrivo alle 2 del mattino. Ero a posto con la moto e fisicamente, sentivo di poter entrare nei primi 15-18 perché mi stavo amministrando molto bene. Era fatta, invece non ho finito. Ma ritornerò».

La caduta: com'è successo ?

«Una scivolata in mezzo alla polvere, come può accadere. Il fesh fesh è una specie di borotalco nel quale a volte capita che la moto si blocchi, e quando un mezzo di oltre 200 chili carico di benzina si inclina qualche danno lo rischi, anche se non sei troppo veloce».

A proposito, che fine ha fatto la tua Ktm?

«È in Sudamerica, torna tra un mese. L’organizzazione la riporta in nave, così come tutti i mezzi della Dakar. Nell’incidente non si è fatta nulla».

I social ti hanno permesso di restare in contatto, avvertivi il sostegno?

«Sì, anche se i ritmi non consentono di dedicarvi troppo tempo. Sai, lì dopo 15 ore di gara, magari a -4 e con il diluvio come in Bolivia, pensi solo a mangiare qualcosa anche se non hai fame (è importante curare l’aspetto energetico), fare la doccia e andare subito a letto per dormire qualche ora (e io sono fortunato perché riesco a chiudere subito gli occhi). Davo uno sguardo al volo ai messaggi, a volte scrivevo, ma avevo un addetto stampa».

La Dakar è una malattia?

È come il mal d'Africa. Non è solo competizione, ma c'è tanta umanità, tanti amici pronti ad aiutarsi. E poi è dura, tante ore su una moto rappresentano una sfida contro te stesso di cui è difficile fare a meno. Una malattia, sì».

E ora cosa farai?

«Ci riprovo. Devo ricostruire un castello, ovvero mettere insieme degli sponsor. Occorre fare sacrifici e togliere tempo ad altre cose, magari allenandosi la mattina prima di andare al lavoro. Quanto costa? Tra preparazione e gara, con 70mila euro partecipi da signore. Ce la farò se avrò un aiuto anche dalla Regione (spero in una risposta, ho un buon seguito mediatico), ma la bandiera dei 4 mori sono orgoglioso di portarla comunque».

Come vede questa passione la tua famiglia ?

«Sono un po' spaventati. Giuliana e i bambini, Federico di 2 anni e Beatrice di 7, nata poco prima che partissi per la Dakar del 2010, hanno sofferto quando rimasi in coma, hanno paura che si ripeta, bisogna capirli. Ma anche loro capiscono me, per fortuna. Ho un lavoro (alla Safisarda, azienda di famiglia, ndc) potrei lasciar perdere ma io non voglio vivere di ricordi, o essere ricordato come “quello che avrebbe potuto vincere”. Trovo sbagliato rinunciare alle passioni perché hai dei bambini».

Cosa ricordi con più piacere?

«Quanta gente, in Bolivia e Paraguay, conosceva il mio nome e la mia storia e mi sosteneva con striscioni. A Buenos Aires in una via c’è una scritta su un muro: «Luca Manca come back”, ritorna. Anche per quello ci tenevo ad arrivare sin laggiù e ringraziare tutti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative