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Alghero c’è: folla immensa sul lungomare

di Luigi Soriga
Alghero c’è: folla immensa sul lungomare

Migliaia di persone, il caloroso saluto ai ciclisti Nonni col nipote in braccio, papà e figlio in bici

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ALGHERO. Non esiste altro sport, come il ciclismo, capace di infilzarsi nella carne viva di un luogo. Bastava vedere ieri pomeriggio Alghero, una città che si rovescia sul lungomare, per qualche ora si impregna della passione per le due ruote e si tinge di rosa. E poi si guarda nello specchio delle telecamere, rimbalzando nelle tv di 194 nazioni sparse per il pianeta. Quando lo sguardo si stacca da terra e la prospettiva prende quota, i megascreen non riescono a contenere un tappeto di teste che si distende a perdifiato.

Alle 18,30 migliaia di persone sono raggrumate davanti al palco della banchina Millelire, per dare il benvenuto al Giro d’Italia numero 100.

È l’ennesima prova che il ciclismo è lo sport nazional popolare in purezza, perché rispetto al calcio fa una cosa in più: sfiora le persone, ha una sua precisa fisicità, riesce a farsi toccare. E quando le squadre sfilano lungo la passerella che conduce al palco, per le presentazioni ufficiali, corridori dai nomi sconosciuti hanno di fronte un rosario di palmi aperti che si offrono per un “batti cinque”. Questa è la vicinanza, la confidenza e l’affetto tra la gente e la bicicletta.

Più della metà di quelle persone forse ha sentito parlare di un certo Nibali, ha orecchiato a malapena il nome del rivale Quintana, ma non ha mai provato a pronunciare, e non saprebbe nemmeno da dove cominciare, il groviglio di consonanti di Kruisjwijk. Insomma, la declinazione media del ciclismo in Sardegna non va molto oltre Fabio Aru.

Eppure il Giro, questo sport antico, che sa di fatica, al quale il pubblico è disposto a perdonare tutto, compreso il doping, è ancora capace di attirare a sè curiosità, affetto, ricordi, storie e sentimenti.

Tutti, nella vita, hanno dato una pedalata. Per dire: a mezzo chilometro dal palco, dove la folla si dirada, un papà tiene la mano sotto la sella della biciclettina del figlio. Entrambi indossano il capellino rosa, acquistato negli stand. Ma per il genitore è un segno di appartenenza, ha polpacci ancora tonici, gambe che hanno macinato chilometri. Per il piccolo invece è solo un modo per rendere orgoglioso il padre: non ha tutta questa smania di sfidare le leggi dell’equilibrio e della fisica, avrà cinque o sei anni e si vede che non è ancora pronto per conquistarsi quel primo, indimenticabile distacco. Invece Nonno Mario, 70 anni, algherese, spera in un decisivo imprinting: tiene in braccio il nipotino di cinque mesi che si chiama Andrea, e che è rosa dai calzoncini sino alla visiera del berrettino. Inforca ancora la bici nonno Mario, e su quel palco, un giorno sogna di vederci il suo piccolo erede. Il quale, senza bisogno di pedali tra i piedi, per ora sbambetta felice e ride.

Chi invece latita in questa folla spensierata è la generazione dai 16 ai 25 anni. Forse perché non ha fatto in tempo a nutrirsi di idoli e rivalità. Non ha di certo conosciuto Coppi e Bartali, o Moser e Saronni, e Pantani non è risciuto a spodestare le scorpacciate di calcio. Ci sono moltissimi anziani, che hanno appeso la bici al chiodo da chissà quanto tempo. Ma anche i cinquantenni, la generazione di Moser, ha timbrato il cartellino in questo pomeriggio che sa di storia.

Tutti applaudono quando Fabio Aru, che fa più fatica a sostenere un microfono piuttosto che scalare le Dolomiti, saluta con un pizzico di rammarico un Giro che lo lascia a piedi. E viene un nodo alla gola quando la squadra Astana si presenta col nome di un capitano che non c’è più, ma che i compagni non hanno voluto sostituire, e i video rilanciano il volto da uomo semplice di Michele Scarponi. È una commozione spontanea, perché la bici ha un’altra cosa in più degli altri sport: è una metafora maledettamente simile alla vita. Salite e discese, in perenne equilibrio, tanto sudore e talvolta la morte. La gente sente vicino il ciclismo, perché in fondo gli assomiglia.

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