Umiltà e lavoro: Stefano Udassi apre il suo diario
di Roberto Muretto
Il tecnico ha vinto il campionato con lo Stintino «Un’impresa costruita con tanto sacrificio»
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SASSARI. Se non lo conosci ti viene da pensare che sia un presuntuoso. La sua riservatezza spesso lo porta ad avere un atteggiamento quasi rigido con chi gli sta di fronte. Stefano Udassi è invece l’esatto contrario di ciò che appare al primo impatto. E’ aperto, giudizioso, rispettoso, sa farsi voler bene. Ha il pallone nel sangue sin da quando era in fasce. Suo papà Angelino è stato un calciatore di ottimo livello, dal carattere forte che in parte ha trasmesso al figlio. Stefano è stato un bomber di primissimo piano e anche da allenatore sta dimostrando di saperci fare. L’ultimo successo è la promozione in Eccellenza ottenuta con lo Stintino nella stagione appena conclusa.
Lei ha già vinto tre campionati, uno di Seconda categoria, uno di Prima e ora anche quello di Promozione. Dove vuole arrivare?
«Ho fatto esperienza e arricchito il mio bagaglio culturale e sportivo. I risultati ottenuti sono motivo di soddisfazione e orgoglio. Il merito non è soltanto mio ma anche dei club dove sono stato. Le categorie me le merito sul campo, lavorando con umiltà».
Si sente pronto per fare il salto di qualità?
«Sì. In questi anni ho imparato tante cose, rubato segreti a colleghi più bravi ed esperti. Per me è stato un periodo formativo. Il mio ragionamento è semplice: crescere ogni giorno con sacrificio, dando sempre il massimo. Posso aggiungere che ho avuto la fortuna di aver fatto le scelte giuste».
Il calcio che cosa le ha insegnato?
«E’ una parte della mia vita ma non la più importante. Al primo posto c’è la famiglia. E’ una passione trasmessa da mio padre i cui insegnamenti hanno lasciato tracce indelebili dentro di me. Il calcio è lo sport più bello, ti fa conoscere persone e realtà nuove, ti mette alla prova. E’ confronto, sfida, ti fa ridere, piangere e regala emozioni impagabili».
In cosa si sente cresciuto rispetto all’anno scorso?
«Sotto l’aspetto della gestione della squadra, nella programmazione del lavoro settimanale i cui frutti speri di raccoglierli la domenica sul campo. La parola gestione non significa solo tecnica e tattica, è soprattutto psicologica. Quella che ho allenato quest’anno non era una formazione omogenea per età, il mio approccio con i singoli non poteva essere uguale con tutti. E’ stato fondamentale costruire un gruppo, la prima vittoria è stata questa».
L’uomo dal ragazzo in che cosa è cambiato?
«Sono più maturo, meno esuberante, la presunzione o l’idea di essere il più bravo ha lasciato spazio alla razionalità. Anche se sin da ragazzino gli allenatori mi dicevano che la mia testa ragionava come un adulto. All’inizio questo un po’ mi dava fastidio, solo dopo ho capito che era un gran bel complimento».
Perché ha deciso di fare l’allenatore?
«Quando ho smesso, il calcio è sempre stato al centro della mia vita quotidiana. Mi sarebbe piaciuto di più svolgere un ruolo manageriale. Alla Torres anni fa c’era una prospettiva in questo senso ma non si è concretizzata. L’ estate in cui ho deciso di chiudere la carriera da calciatore, ho ricevuto una telefonata di Gavino Manca che mi ha proposto la panchina della Gymnasium Sassari in Seconda categoria. C’era un progetto intrigante, ho accettato e abbiamo vinto il campionato. Con i ragazzi c’è subito stato feeling. È stato in quel momento che ho capito che avevo i mezzi per fare questo mestiere».
Si definisca in tre parole.
«Sono una persona onesta, leale e mi vanto di essere un grande lavoratore».
Valori che le sono stati trasmessi da chi?
«Dai miei genitori. Lavoratore è la vita che ti porta ad esserlo. A me non ha mai regalato niente nessuno, quello che ho costruito è frutto delle mie forze, dei sacrifici e delle rinunce che mi sono imposto. Onestà e lealtà sono principi che a casa mia sono sempre stati al primo posto. Insegnamenti che ho messo in pratica».
Lei ha una sua attività, come fa a conciliare il suo lavoro principale con quello di allenatore?
«Non è semplice ma organizzandosi si fa tranquillamente. La mia vita scorre secondo gli impegni. La mattina è dedicata alla mia attività principale, il pomeriggio al pallone. E faccio tutto questo senza togliere nulla alla famiglia che mi dà supporto e serenità».
Quando sta a casa cosa fa?
«Studio, programmo, leggo. Il tutto con un solo obiettivo: migliorarmi, accrescere le mie conoscenze».
Ha mai preso in considerazione l’idea di fare l’allenatore professionista?
«Prendere il patentino è un obiettivo che voglio raggiungere per mia cultura personale. Sono ambizioso, non mi pongo limiti. Magari leggendo questo passaggio qualcuno penserà che sono un presuntuoso, in realtà sono convinto che devi guardare sempre avanti e non pensare mai che al quel traguardo non puoi arrivare. Ho avuto delle proposte interessanti e questo mi ha fatto felice perché vuol dire che il mio lavoro è apprezzato. Ma è meglio fare un passo alla volta. Quest’anno resterò a Stintino e mi cimenterò col campionato di Eccellenza. Il nostro è un bel progetto. Ho grande stima dei dirigenti, persone serie. Nel calcio dilettantistico spesso si improvvisa, a Stintino si fa una programmazione in base alle risorse e mai il passo più lungo della gamba».
Ha molti amici nel mondo del calcio?
«<Il mio socio di lavoro Manuel Pierangeli, è come un fratello per me. Ci siamo conosciuti dieci anni fa a Castelsardo e nata un’amicizia straordinaria. Io a questa parola dò un valore alto, non è facile trovare amicizie vere».
Che cosa guarda in tv?
«Insieme alla famiglia ci piace vedere i film. E’ il momento in cui stiamo tutti insieme, una sorta di riunione nella quale io spesso ascolto. Personalmente guardo tanto calcio ma sono appassionato di documentari di storia e sulla natura. Le svelo una cosa, le partite mi piace vederle da solo. Vuol sapere perché? Sono momenti di studio. Prendo carta e penna e segno moduli, movimenti. Traggo spunti, insegnamenti che poi provo ad applicare nella nostra realtà, naturalmente tenendo ben presente il contesto».
L’ultimo libro che ha letto qual è?
«Non ho un genere preferito, anche se gialli e romanzi mi affascinano. Leggere mi rilassa tantissimo. Sono momenti che mi fanno dimenticare i problemi di tutti i giorni. Qualche giorno fa mio suocero mi ha regalato un libro stampato nel 1964 dal titolo: Helenio Herrera, la mia vita. Io sono iuventino ma questo volume mi sta coinvolgendo, lo finirò in fretta».
Un sogno ricorrente?
«Urlo in panchina perchè siamo in difficoltà. Ad un certo punto decido che in campo entro io. I ragazzi mi guardano stupiti. Entro e risolvo la partita segnando il gol che ci fa vincere. L’ho raccontato ai ragazzi nello spogliatoio, è stato divertente e quante risate ci siamo fatti. Sogni che mi fanno capire una cosa, fondamentalmente dentro mi sento sempre calciatore».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Lei ha già vinto tre campionati, uno di Seconda categoria, uno di Prima e ora anche quello di Promozione. Dove vuole arrivare?
«Ho fatto esperienza e arricchito il mio bagaglio culturale e sportivo. I risultati ottenuti sono motivo di soddisfazione e orgoglio. Il merito non è soltanto mio ma anche dei club dove sono stato. Le categorie me le merito sul campo, lavorando con umiltà».
Si sente pronto per fare il salto di qualità?
«Sì. In questi anni ho imparato tante cose, rubato segreti a colleghi più bravi ed esperti. Per me è stato un periodo formativo. Il mio ragionamento è semplice: crescere ogni giorno con sacrificio, dando sempre il massimo. Posso aggiungere che ho avuto la fortuna di aver fatto le scelte giuste».
Il calcio che cosa le ha insegnato?
«E’ una parte della mia vita ma non la più importante. Al primo posto c’è la famiglia. E’ una passione trasmessa da mio padre i cui insegnamenti hanno lasciato tracce indelebili dentro di me. Il calcio è lo sport più bello, ti fa conoscere persone e realtà nuove, ti mette alla prova. E’ confronto, sfida, ti fa ridere, piangere e regala emozioni impagabili».
In cosa si sente cresciuto rispetto all’anno scorso?
«Sotto l’aspetto della gestione della squadra, nella programmazione del lavoro settimanale i cui frutti speri di raccoglierli la domenica sul campo. La parola gestione non significa solo tecnica e tattica, è soprattutto psicologica. Quella che ho allenato quest’anno non era una formazione omogenea per età, il mio approccio con i singoli non poteva essere uguale con tutti. E’ stato fondamentale costruire un gruppo, la prima vittoria è stata questa».
L’uomo dal ragazzo in che cosa è cambiato?
«Sono più maturo, meno esuberante, la presunzione o l’idea di essere il più bravo ha lasciato spazio alla razionalità. Anche se sin da ragazzino gli allenatori mi dicevano che la mia testa ragionava come un adulto. All’inizio questo un po’ mi dava fastidio, solo dopo ho capito che era un gran bel complimento».
Perché ha deciso di fare l’allenatore?
«Quando ho smesso, il calcio è sempre stato al centro della mia vita quotidiana. Mi sarebbe piaciuto di più svolgere un ruolo manageriale. Alla Torres anni fa c’era una prospettiva in questo senso ma non si è concretizzata. L’ estate in cui ho deciso di chiudere la carriera da calciatore, ho ricevuto una telefonata di Gavino Manca che mi ha proposto la panchina della Gymnasium Sassari in Seconda categoria. C’era un progetto intrigante, ho accettato e abbiamo vinto il campionato. Con i ragazzi c’è subito stato feeling. È stato in quel momento che ho capito che avevo i mezzi per fare questo mestiere».
Si definisca in tre parole.
«Sono una persona onesta, leale e mi vanto di essere un grande lavoratore».
Valori che le sono stati trasmessi da chi?
«Dai miei genitori. Lavoratore è la vita che ti porta ad esserlo. A me non ha mai regalato niente nessuno, quello che ho costruito è frutto delle mie forze, dei sacrifici e delle rinunce che mi sono imposto. Onestà e lealtà sono principi che a casa mia sono sempre stati al primo posto. Insegnamenti che ho messo in pratica».
Lei ha una sua attività, come fa a conciliare il suo lavoro principale con quello di allenatore?
«Non è semplice ma organizzandosi si fa tranquillamente. La mia vita scorre secondo gli impegni. La mattina è dedicata alla mia attività principale, il pomeriggio al pallone. E faccio tutto questo senza togliere nulla alla famiglia che mi dà supporto e serenità».
Quando sta a casa cosa fa?
«Studio, programmo, leggo. Il tutto con un solo obiettivo: migliorarmi, accrescere le mie conoscenze».
Ha mai preso in considerazione l’idea di fare l’allenatore professionista?
«Prendere il patentino è un obiettivo che voglio raggiungere per mia cultura personale. Sono ambizioso, non mi pongo limiti. Magari leggendo questo passaggio qualcuno penserà che sono un presuntuoso, in realtà sono convinto che devi guardare sempre avanti e non pensare mai che al quel traguardo non puoi arrivare. Ho avuto delle proposte interessanti e questo mi ha fatto felice perché vuol dire che il mio lavoro è apprezzato. Ma è meglio fare un passo alla volta. Quest’anno resterò a Stintino e mi cimenterò col campionato di Eccellenza. Il nostro è un bel progetto. Ho grande stima dei dirigenti, persone serie. Nel calcio dilettantistico spesso si improvvisa, a Stintino si fa una programmazione in base alle risorse e mai il passo più lungo della gamba».
Ha molti amici nel mondo del calcio?
«<Il mio socio di lavoro Manuel Pierangeli, è come un fratello per me. Ci siamo conosciuti dieci anni fa a Castelsardo e nata un’amicizia straordinaria. Io a questa parola dò un valore alto, non è facile trovare amicizie vere».
Che cosa guarda in tv?
«Insieme alla famiglia ci piace vedere i film. E’ il momento in cui stiamo tutti insieme, una sorta di riunione nella quale io spesso ascolto. Personalmente guardo tanto calcio ma sono appassionato di documentari di storia e sulla natura. Le svelo una cosa, le partite mi piace vederle da solo. Vuol sapere perché? Sono momenti di studio. Prendo carta e penna e segno moduli, movimenti. Traggo spunti, insegnamenti che poi provo ad applicare nella nostra realtà, naturalmente tenendo ben presente il contesto».
L’ultimo libro che ha letto qual è?
«Non ho un genere preferito, anche se gialli e romanzi mi affascinano. Leggere mi rilassa tantissimo. Sono momenti che mi fanno dimenticare i problemi di tutti i giorni. Qualche giorno fa mio suocero mi ha regalato un libro stampato nel 1964 dal titolo: Helenio Herrera, la mia vita. Io sono iuventino ma questo volume mi sta coinvolgendo, lo finirò in fretta».
Un sogno ricorrente?
«Urlo in panchina perchè siamo in difficoltà. Ad un certo punto decido che in campo entro io. I ragazzi mi guardano stupiti. Entro e risolvo la partita segnando il gol che ci fa vincere. L’ho raccontato ai ragazzi nello spogliatoio, è stato divertente e quante risate ci siamo fatti. Sogni che mi fanno capire una cosa, fondamentalmente dentro mi sento sempre calciatore».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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