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«Il mio calcio è fantasia, sacrificio e coerenza»

di Roberto Muretto
«Il mio calcio è fantasia, sacrificio e coerenza»

Bernardo Mereu all’Olbia sta vivendo una seconda giovinezza e si mette in gioco «Non ho rimpianti e vivo di presente, con questi ragazzi faremo un gran lavoro»

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INVIATO AD ARITZO. Probabilmente sin da quando era in fasce pensava di fare l'allenatore. Bernardo Mereu ha il pallone nel sangue. Non è stato un bravo calciatore ma è uno degli allenatori più preparati in Sardegna. La fortuna non gli è stata amica altrimenti per competenza e dedizione a un lavoro che gli piace da matti, avrebbe fatto una carriera diversa. Adesso è al timone dell'Olbia in serie C, una nuova possibilità nel mondo professionistico che ha preso al volo nella parte finale della scorsa stagione, conquistando una salvezza complicata.

Lei ha 56 anni, Olbia lo considera un punto di arrivo?

«Ho lo stesso entusiasmo di quando ne avevo 20, per me questo è un nuovo punto di partenza. Adesso ho una visione delle cose che mi gratifica e, lo dico con umiltà, ho ancora molto da insegnare».

Nei suoi ragionamenti usa spesso il termina fantasia, che cosa è nel calcio?

«La capacità di interpretare la valutazione del momento. Oggi il pallone vive di movimenti che si ripetono, imparati a memoria dai giocatori. Chi ha fantasia fa delle cose improvvisate che non stravolgono gli equilibri».

Quando un allenatore dimostra che ha fantasia?

«Se sa leggere sul campo qualcosa di cui nessuno si accorge e fa scelte che inizialmente possono sembrare sbagliate ma poi si rivelano giuste».

Un obiettivo che da bambino sognava di centrare?

«Allenare mi è sempre piaciuto, lo facevo già a scuola. Mi piace misurarmi con le situazioni difficili,mettermi in gioco. Mi sono sempre visto su una panchina, faccio il mestiere cheho sempre sognato».

Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. E' soddisfatto di ciò che ha realizzato?

«Ho sempre inseguito i miei sogni, a prescindere dalle categorie in cui ho lavorato. Non mi sono mai sentitodeclassato perchè le motivazioni devono essere le stesse dalla serie A alla Terza categoria».

Si diverte ancora a fare il mister o è diventato uno stress?

«Questo è sempre stato un mestiere che ti assorbe completamente con una differenza: anni fa lo stress lo sentivi solo durante la gara, adesso sei tutta la settimana sotto pressione. C'è stata un'evoluzione tattica, mi affascina studiare queste cose».

Come si vede tra 10 anni?

«Non so come e dove sarò. Adesso sono felice, il mio futuro è questo».

Lei ha detto: sono di origine ogliastrina e quindi duro, tenace e orgoglioso. E' cambiato?

«No. Sono esigente come me stesso e con gli altri. Mi considero una persona corretta, aggettivo che nel calcio talvolta viene omesso. Sono un uomo coerente e la coerenza premia».

Nella sua professione quando scatta l'orgoglio?

«Quando ti rendi conto chesta venendo meno la fiducia di chi ti sta attorno».

Per lei che cosa è un motivo di orgoglio?

«Essere consapevole di vivere di rispetto e nel rispetto».

Ha mai pensato: un giorno allenerò il Cagliari?

«Se rispondessi no sarei bugiardo, ma ogni cosa va meritata. Il sogno lo coltivo ancora».

Ci racconta di una che volta si è morso la lingua o si è pentito di non averlo fatto?

«Allenavo in C il La Palma. Ho litigato nello spogliatoio col presidente Virgilio Vargiu che è entrato nellostanzone dopo una partita e ha superato i limiti. Sono intervenuto, ma forse in quel momento avrei dovuto capire di più la sua reazione dopo un risultato negativo».

Le è mai capitato di guardarsi allo specchio e dire: in Sardegna sono io il più bravo.

«Mai. Ho una formazione che mi porta a rispettare i colleghi. Nella mia vita non ho avuto regali,tutto quello che ho costruito me lo sono sudato».

Parliamo dell'Olbia, l'obiettivo è la salvezza?

«Ho una squadra con valori importanti e giovani interessanti. La società lavora per alzare il livello di esperienza. Partiamo per mantenere la categoria».

Ha qualche rimpianto?

«No. Forse ho sbagliato qualche scelta ma nella lista dei valori al primo posto metto la famiglia. Certe scelte fatte a suo tempo hanno privilegiato la famiglia e penalizzato il pallone».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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