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Jack Devecchi, mister 500: «Non finisce qui»

di Andrea Sini
Jack Devecchi, mister 500: «Non finisce qui»

Basket, il capitano della Dinamo festeggia il record di presenze in biancoblù tra passato e futuro: «Ci divertiremo ancora»

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INVIATO A MONTICHIARI (BRESCIA). Cinquecento partite fa Giacomo era un giovanotto di belle speranze, con un discreto curriculum a livello giovanile e alle spalle due anni da professionista, a Montegranaro. Parecchi sogni nel cassetto, una mano non propriamente morbida e una bella predisposizione a incollarsi in difesa sul miglior giocatore avversario. Dodici stagioni più tardi il ragazzino è diventato uomo, la mano si è ammorbidita parecchio e le gambe macinano ancora “scivolamenti” da manuale. Nessuno lo chiama più Giacomo, in bacheca più trofei di quanto avesse mai sognato di vincere e, soprattutto, basta dire il suo nome per pensare a una squadra, a una città che non è neppure quella in cui è nato. Jack Devecchi è cresciuto ed è diventato una bandiera, la bandiera della Dinamo Sassari.

Capitan Devecchi, cinquecento volte auguri.

«Grazie. Domenica a Montichiari ho provato un bel mix di sensazioni forti. A livello personale raggiungere un traguardo così importante con la maglia che ho “sposato” è stato fantastico. E poi la vittoria, così bella e sofferta».

Un attimo. Oggi è giusto celebrare la sua fedeltà. Lei è l’ultima bandiera della serie A.

«Non so se sono l’ultima, di sicuro sono fiero di quello che ho fatto in tanti anni e che faccio con la maglia della Dinamo».

Si aspettava la maglia celebrativa per le 500 presenze?

«Onestamente no, anche se sapevamo che questo traguardo era ormai vicino. In aggiunta c’è stata un’accoglienza fantastica da parte dei tifosi di Brescia, una piazza giovane piena di entusiasmo come Sassari. Con una sportività e un rispetto per gli avversari che non si trova in pochi palazzetti».

Il caso ha voluto che dall’altra parte ci fosse il suo compagno di mille battaglie, Brian Sacchetti.

«Ritrovare un carissimo amico con il numero 41 sulle spalle in questa occasione è stato il massimo. Come ha detto anche lui, il nostro rapporto va ben oltre la pallacanestro».

Dal 2006 a oggi, 409 gare di campionato, 74 nell coppe europee e 17 tra Coppa Italia e Supercoppa. Quali partite sono scolpite nella sua mente?

«Partite belle, da ricordare per vari motivi ce ne sono tantissime. Ne butto lì qualcuna, le prime che mi vengono in mente: quelle delle serie finali che ci hanno portato dalla Legadue alla A1, sia contro Soresina Cremona che contro Veroli. Davvero un bel mix di emozioni! Ovviamente l’esordio in serie A, che per uno scherzo del destino è arrivato contro Montegranaro, la mia ex squadra».

Poi sono arrivati persino i trofei: due coppe Italia, una Supercoppa, uno scudetto.

«L’emozione del primo trofeo, alzato a Milano, credo che sia impagabile, perché nessuno di noi era abituato a vincere e perché sino a pochi anni prima eravamo in A2. Ma mi sono rimaste dentro anche partite in cui non abbiamo vinto nulla, ma che hanno un significato particolare. Quella giocata a Belgrado contro la Stella Rossa, in una bolgia difficilmente describile. Quella con il Real Madrid, in casa, per quella giocata difensiva che mi ha messo le ali e mi ha portato sino allschiaccata. Mi viene in mente la riunione sul tetto dell'hotel a Modena prima dell’ultima partita della finale scudetto».

Dei tanti compagni che ha avuto a Sassari, con quali ha legato di più?

«Manuel Vanuzzo in primis: siamo arrivati a Sassari insieme, ci siamo fermati entrambi. Anche con Brian e Massimino Chessa ho un rapporto che va oltre il campo. Gli stranieri? I cugini Diener, Drake e Travis, sono quelli con i quali ho avuto e ho il rapporto umano più stretto, se devo pensare a un giocatore che per me è stato un esempio dico Bootsy Thornton, un professionista con la P maiuscola».

Arriviamo a oggi: dopo qualche difficoltà siete riusciti a raddrizzare la rotta. Cinque vittorie di fila, con le perle di Krasnoyarsk e Brescia, sono una bella risposta.

«Siamo nel pieno di una bella striscia positiva. Quando riusciamo a rimanere uniti e compatti andiamo oltre gli errori: questo un mesetto fa ci mancava. Era importante prendere fiducia da queste trasferte molto impegnative. Ora in Turchia vogliamo dare un altro segnale importante anche in Europa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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