Intervista a Mario Valeri: «Giocare con Gigi Riva la mia gioia più grande»
Il difensore di Sorso ha cominciato con la Torres poi si è trasferito al Cagliari «I tifosi sassaresi non mi hanno mai perdonato, ho pianto per gli insulti»
SORSO. Negli anni Settanta-Ottanta a Sorso si diceva: è qui l'università del calcio. Un modo per sottolineare che il centro della Romangia ha dato i natali a tanti giocatori professionisti. Tra questi c'è un "ragazzone" che oggi ha 68 anni: Mario Valeri. Fisico imponente, un po' guascone, grande professionalità. Non è un fuoriclasse ma è un difensore duro, che non tira mai indietro la gamba e non si fa pregare se c'è da dare randellate. Oggi Mario è in pensione ma il calcio resta l'amore di una vita. Ricordi, aneddoti, emozioni e uno sguardo al presente in una chiacchierata nella quale racconta episodi che non aveva mai tirato fuori dal cassetto.
Le piace il calcio di oggi?
«Seguo con la solita passione. Mi diverto ancora ad andare in giro per i campi. Trovo tanti amici e cominciamo a parlare del passato. Non mi perdo una partita del Cagliari e ogni volta provo i brividi di quando giocavo».
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Ricorda l'esordio in A?
«Al San Paolo contro il Napoli, c'erano 80 mila persone. Finì 1-0 per noi con gol di Riva. Nel sottopassaggio sentivo il boato dei tifosi, un po' mi tremavano le gambe. Albertosi ha capito e mi ha detto: dai Mario, non avere paura. Ho marcato Savoldi, uno dei più forti attaccanti di allora».
Come lo ha festeggiato?
«Alla ripresa degli allenamenti ho portato nello spogliatoio lo champagne. Ho dato le bottiglie a Domenico, il magazziniere. Alla fine abbiamo brindato».
E' vero che a Cagliari la chiamavano Maciste?
«Sì. Ero alto e grosso e non avevo paura di nulla. Ricordo un titolo di un giornale sportivo quando marcai Clerici: Maciste mette le manette a El Gringo. Quello era il suo soprannome».
Oggi un difensore come lei non finirebbe le partite.
«Quando giocavo ero cattivo, in campo non guardavo in faccia nessuno. Ora mi adeguerei a questi tempi, allora il gioco duro era più tollerato».
L'attaccante più difficile da marcare?
«Clerici sicuramente, l'altro era Boninsegna. Con Roberto ci siamo allenati insieme al Cagliari prima che lui andasse all'Inter. Quel giorno a San Siro ci siamo incrociati e ci siamo detti: oggi si salvi chi può. Lui in campo era cattivo, io lo stesso e ci siamo dati qualche gomitata. Su una palla lunga gli ho fatto un fallo bruttissimo, lui mi ha guardato dicendo: proprio a me? Gli ho risposto così: ti è andata bene se c'era un altro gli avrei fatto ancora più male».
Con Benetti, però, ha trovato pane per i suoi denti.
«Sbagliato, è lui che lo ha trovato. Al Sant'Elia ha fatto un fallaccio su Roffi che è uscito in barella. In campo non c'è stata occasione per fargliela pagare, ma nel sottopassaggio l'ho preso per il collo. Se non mi fermano i compagni chissà cosa sarebbe successo».
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Il ricordo più bello?
«Aver giocato con Riva. Per me è stato un onore essere suo compagno di squadra. Ero alla Torres, mi voleva la Lazio, ma al presidente dissi che avrei accettato solo il Cagliari».
E quello più brutto?
«Dopo un fallo di Bet, Riva è rimasto a terra dolorante. Un infortunio grave. In campo mi sono messo a piangere».
Che rapporto aveva col bomber per eccellenza?
«Mi voleva bene. Io l'ho sempre ammirato. Ricordo un particolare: eravamo in ritiro a Torino, ero in ballottaggio con Poletti. Ad un certo punto Gigi entra nella mia stanza e mi dice, dai Mario, stai tranquillo che domani giochi. Pochi minuti dopo arriva Radice e mi conferma la notizia. Il mio umore è cambiato dal giorno alla notte».
Come presero al tempo i tifosi il suo passaggio dalla Torres al Cagliari?
Male. L'ultima partita con la Torres in mezzo al campo il presidente doveva consegnarmi una medaglia d'oro. Si sapeva che sarei passato al Cagliari. I tifosi hanno cominciato a dirmi di tutto, io ho pianto e non volevo prendere la medaglia, poi l'ho fatto ma col cuore a pezzi. Eppure sapevano che andavo per realizzare il mio sogno: giocare insieme a Gigi Riva».
Come reagiva quando la definivano un killer?
«Male. Ma il più delle volte le mie reazioni erano per difendere i compagni».
Ricorda un episodio con Riva protagonista?
«Quando l’ho portato a Sorso la gente è scesa in strada per applaudirlo. Non riuscivamo ad andare a casa, era tutto bloccato. Poi l’ho accompagnato in un istituto che ospitava orfanelli e lui, appena ha visto i bambini, si è messo a piangere. Poi ha fatto una donazione importante».
Il Cagliari di oggi?
«Mi piace Pavoletti. Barella farà una grande carriera, è un ragazzo che ha tecnica e personalità. Credo che la squadra di Lopez valga più della posizione in classifica che occupa adesso».
Uno sguardo sul calcio sardo in generale?
«Mi fa male vedere la Torres così in basso. Sassari merita di stare tra i professionisti. Sono incuriosito da Olbia e Arzachena in serie C. Ma in Sardegna le risorse economiche sono poche e senza soldi si fa poca strada».
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