il colore
Orgoglio sardo dopo l’inno nazionale
Un’altra coreografia super ma il tifo sassarese non è più decisivo
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SASSARI. È sempre spettacolo al PalaSerradimigni. In campo, per il basket in sé. E a bordo campo, per il pubblico. Anche ieri a mezzogiorno le emozioni non sono mancate. A partire da ancora prima del via con una orgogliosa, identitaria coreografia.
Bandiere dei Quattro mori a tutto sventolio, dal basso fino all’alto degli ultimi gradoni dell’impianto sassarese, come sempre gremito. E grande come l’intera parte alta del settore A la bandiera simbolo dell’isola a giganteggiare con gli “sbendati”, mentre l’intero settore D srotolava un pensiero del premio Nobel Grazia Deledda, tratto da “Sangue sardo” a definire cosa vuol dire “noi siamo sardi” mentre lo speaker recitava il messaggio precedendo un’esecuzione di launeddas. Il tutto contraltare del rito Fip che impone l’attenti per l’inno nazionale italiano prima del match.
Le mani sul cuore ieri però erano per la sardissima Dinamo. Il pubblico ci ha provato, a dare una mano ai suoi beniamini, sin dallo sprint iniziale, ma poi col passare dei minuti e il susseguirsi dei canestri si è adeguato alla partita, subendone l’incertezza ed entrando in azione sporadicamente, come quando alcune decisioni arbitrali sono state sonoramente mal digerite. Ma alla vigilia sia coach Markovski che il sassaresissimo Marco Spisu avevano lanciato un appello ai tifosi: «Dovete aiutarci, siate il nostro sesto uomo», e ieri a fine gara c’era chi ne prendeva atto: «Noi tifosi prima riuscivamo a decidere le partite, ma da qualche tempo non riusciamo più a essere un fattore». (mac)
Bandiere dei Quattro mori a tutto sventolio, dal basso fino all’alto degli ultimi gradoni dell’impianto sassarese, come sempre gremito. E grande come l’intera parte alta del settore A la bandiera simbolo dell’isola a giganteggiare con gli “sbendati”, mentre l’intero settore D srotolava un pensiero del premio Nobel Grazia Deledda, tratto da “Sangue sardo” a definire cosa vuol dire “noi siamo sardi” mentre lo speaker recitava il messaggio precedendo un’esecuzione di launeddas. Il tutto contraltare del rito Fip che impone l’attenti per l’inno nazionale italiano prima del match.
Le mani sul cuore ieri però erano per la sardissima Dinamo. Il pubblico ci ha provato, a dare una mano ai suoi beniamini, sin dallo sprint iniziale, ma poi col passare dei minuti e il susseguirsi dei canestri si è adeguato alla partita, subendone l’incertezza ed entrando in azione sporadicamente, come quando alcune decisioni arbitrali sono state sonoramente mal digerite. Ma alla vigilia sia coach Markovski che il sassaresissimo Marco Spisu avevano lanciato un appello ai tifosi: «Dovete aiutarci, siate il nostro sesto uomo», e ieri a fine gara c’era chi ne prendeva atto: «Noi tifosi prima riuscivamo a decidere le partite, ma da qualche tempo non riusciamo più a essere un fattore». (mac)
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