la resa di fabio aru
«Continuare non aveva più senso»
Il Cavaliere dei Quattro Mori chiede scusa: «Ma ora devo capire»
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BARDONECCHIA. La resa definitiva del campione italiano arriva al chilometro 41, il numero che per la 'smorfia’ napoletana equivale al coltello. La notizia del ritiro, infatti, è una coltellata in pieno petto per i tifosi del 'Cavaliere dei Quattro mori’, partito da Gerusalemme con un bagaglio pieno di speranze, ambizioni e sogni di gloria che si sono sgretolati sul selciato del Giro d'Italia numero 101.
Fabio Aru, 28 anni, avrebbe dovuto disputare la corsa della consacrazione, confermando una maturità raggiunta, dopo i podi del 2014 e 2015. Il Giro, questo Giro, si è però presto trasformato in una sfida impari, fra un atleta in cerca di se stesso e la strada. Era un Giro a testa in su, che per il villacidrese vuol dire felicità, è diventata una corsa con il pollice all'ingiù. «Avevo detto che valutavo giorno per giorno le mie sensazioni, proprio perché sentivo di vivere qualcosa di anomalo nella mia vita sportiva - prova a spiegare il proprio tracollo, Aru, che ieri si è fermato ai piedi della salita verso la cima del Col del Lys –. Ho provato a reagire, onorando la maglia che indosso, per esaltare i tifosi e il Giro d'Italia, ma non ce l'ho fatta. È stato tutto inutile».
Aru ha il volto dei giorni più bui. «Sono fortemente dispiaciuto per tutto questo, ma anche per la squadra, gli sponsor - aggiunge -, la mia famiglia. Però, non avrebbe avuto più senso andare avanti. Non faccio drammi, questo è lo sport, questo è il ciclismo. Cercherò di resettare e di capire assieme alla squadra cosa sia successo, poi ripartirò, pensando al resto della stagione. Questo si deve fare nelle difficoltà».
Fabio Aru, 28 anni, avrebbe dovuto disputare la corsa della consacrazione, confermando una maturità raggiunta, dopo i podi del 2014 e 2015. Il Giro, questo Giro, si è però presto trasformato in una sfida impari, fra un atleta in cerca di se stesso e la strada. Era un Giro a testa in su, che per il villacidrese vuol dire felicità, è diventata una corsa con il pollice all'ingiù. «Avevo detto che valutavo giorno per giorno le mie sensazioni, proprio perché sentivo di vivere qualcosa di anomalo nella mia vita sportiva - prova a spiegare il proprio tracollo, Aru, che ieri si è fermato ai piedi della salita verso la cima del Col del Lys –. Ho provato a reagire, onorando la maglia che indosso, per esaltare i tifosi e il Giro d'Italia, ma non ce l'ho fatta. È stato tutto inutile».
Aru ha il volto dei giorni più bui. «Sono fortemente dispiaciuto per tutto questo, ma anche per la squadra, gli sponsor - aggiunge -, la mia famiglia. Però, non avrebbe avuto più senso andare avanti. Non faccio drammi, questo è lo sport, questo è il ciclismo. Cercherò di resettare e di capire assieme alla squadra cosa sia successo, poi ripartirò, pensando al resto della stagione. Questo si deve fare nelle difficoltà».
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